la risposta alle polemiche

Sacchetti: l’Assobioplastiche replica alle accuse

di Jacopo Giliberto


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(FOTOGRAMMA)

6' di lettura

Sul tema controverso dei sacchetti di plastica biodegradabili dati ai clienti per trasportare la merce acquistata e degli imballaggi per la protezione igienica dei cibi interviene l’Assobioplastiche con una nota che arricchisce gli articoli del Sole 24 Ore con alcuni contributi, alcuni spunti aggiuntivi e alcune precisazioni.
Interessanti i contributi dell’Assobioplastiche sui dati dell’inquinamento del mare, e sull’importanza di tutelare l’ambiente.
Inoltre a parere dell’Assobioplastiche va estesa a tutti i sacchetti la normativa che impone la biodegradabilità e pagamento, e non solamente ai sacchetti per l’asporto delle merci e o agli imballaggi per l’igiene degli alimenti più sottili di 15 micron.
L’associazione nella nota offre anche un contributo scientifico sui diversi studi relativi ai tempi di degradazione delle bioplastiche sia negli impianti di compostaggio che in mare.

La tutela del mare

«Da dati Emf l’80% dell’inquinamento marino dipende dalla cattiva gestione dei rifiuti sulla terra», ricorda l’Assobioplastiche nella nota. «Che i sacchetti di plastica siano una presenza minima nell’inquinamento dei mari contrasta con quanto ormai noto non solo agli addetti ai lavori, ma anche all’opinione pubblica mondiale».
La stessa direttiva europea 2015/720 (clicca qui per leggere il testo della direttiva euoprea 2015/720) afferma che «gli attuali livelli di utilizzo di borse di plastica si traducono in elevati livelli di rifiuti dispersi e in un uso inefficiente delle risorse. Il problema è inoltre destinato ad aggravarsi in assenza di interventi in materia. La dispersione dei rifiuti costituiti da borse di plastica si traduce in inquinamento ambientale e aggrava il diffuso problema dei rifiuti dispersi nei corpi idrici, minacciando gli ecosistemi acquatici di tutto il mondo. Inoltre, l’accumulo di borse di plastica nell’ambiente ha un impatto decisamente negativo su determinate attività economiche».

Aggiunge l’Assobioplastiche che «i sacchetti ultraleggeri proprio perché più leggeri dei comuni sacchetti alla cassa hanno un più elevato rischio di dispersione nell’ambiente e nei corpi idrici» e conferma che, «con particolare riferimento al Mediterraneo, che è un mare chiuso, il suo inquinamento dovuto ai sacchetti risulta da vari studi», per esempio le ricerche del Cnr e dell’Arpa Toscana (clicca qui per leggere il documento) .

«Ma non c’è solo l’inquinamento marino a spingere per la riduzione di tali imballaggi — aggiunge l’Assobioplastiche — ma anche la corretta gestione dei rifiuti organici (la frazione di maggior peso nelle raccolte differenziate). Infatti i sacchi ultraleggeri in plastica tradizionale sono tra i maggiori responsabili della percentuale di inquinamento da plastica ancora presente nel rifiuto organico in Italia che ne limita il riciclo biologico».

Per l’Assobioplastiche tutti sono sacchetti biodegradabili
A parere dell’Assobioplastiche, la legge non fa alcuna distinzione fra le diverse tipologie di imballaggio, e dove la legge scrive (clicca qui per leggere il testo della Gazzetta ufficiale)

dd -ter ) borse di plastica: borse con o senza manici, in plastica, fornite ai consumatori per il trasporto di merci o prodotti;
dd -quater ) borse di plastica in materiale leggero: borse di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 50 micron fornite per il trasporto;
dd -quinquies ) borse di plastica in materiale ultraleggero: borse di plastica con uno spessore della singola parete inferiore a 15 micron richieste a fini di igiene
o fornite come imballaggio primario per alimenti sfusi

va inteso che tra tutte le borse e tutti i sacchetti — che siano quelli dati al cliente per il trasporto delle merci ma anche gli imballaggi igienici per le merci sfuse — non v’è alcuna differenza.
Afferma l’Assobioplastiche che il sacchetto utilizzabile a fini di igiene o per alimenti sfusi è esclusivamente — scrive l’associazione — «quello ultraleggero [Definizione dd-quinquies) art. 218 TUA]. Peraltro i sacchetti più spessi dei 15 micron comunque sono borse di plastica (“borse con o senza manici, in plastica…”) per cui devono essere in ogni caso biodegradabili e compostabili ovvero in plastica tradizionale (spessori da 60 a 200 micron a seconda della tipologia) e in ogni caso non possono essere forniti a titolo gratuito (il Parlamento ha dato come criterio di recepimento al Governo il “divieto di fornitura a titolo gratuito delle borse di plastica ammesse al commercio” quindi di tutte le borse di plastica)».
In altre parole, a parere dell’Assobioplastiche «un solo sacchetto utilizzabile a fini di igiene o per alimenti sfusi è quello ultraleggero biodegradabile e compostabile e biobased. Non risultano nella legge sacchetti in plastica tradizionale utilizzabili a tali fini».

Plastiche a contatto con alimenti
Ricorda l’associazione dei produttori di biopolimeri che «il contatto alimentare è disciplinato da regole stringenti che prescindono dalla tipologia di materiale (plastica tradizionale o plastica biodegradabile e compostabile) e richiedono l’impiego di appositi test/simulanti per verificare se un sacchetto è idoneo o meno per quell’alimento. Quindi se si rispetta tale normativa non vi è alcun rischio/indebita cessione di componenti a prescindere dal materiale di composizione del sacchetto».

Le eventuali esclusioni
Così a parere dell’associazione Assobioplastiche «non risultano nella legge esenzioni per le categorie di borse di plastica». Il Parlamento , dice l’organizzazione dei produttori di bioplastiche, «ha indicato l’obiettivo della «riduzione della commercializzazione delle borse di plastica fornite a fini di igiene o come imballaggio primario per alimenti sfusi diverse da quelle compostabili e realizzate, in tutto o in parte, con materia prima rinnovabile». Al di sotto degli spessori che consentono di definire un sacchetto riutilizzabile (tra i 60 e i 200 micron) viene richiesta quanto meno la compostabilità e in ogni caso la legge non prevede esenzioni per le categorie citate».

Il pagamento del sacchetto come strumento di consapevolezza
Anche l’Assobioplastiche conferma il fatto che il pagamento è uno degli strumenti più efficaci nelle politiche ambientali. La minuscola quota di pagamento chiesta dalla normativa è appunto un mezzo per rendere consapevole il consumatore del suo atto. «Esplicitare il costo del sacchetto responsabilizza in primis il consumatore ed è un’operazione di trasparenza. Si induce a consumi più consapevoli».

Ingredienti vegetali
La legge sulla biodegradabilità dei sacchetti per il trasporto delle merci e per gli imballaggi per l’igiene dei cibi più sottili di 15 micron dice che devono essere non solamente biodegradabili secondo i criteri univoci di analisi ma anche che devono avere un contenuto di materie prime di origine rinnovabile pari al 40%, che deve salire al 50% nel 2020 e al 60% entro il 2021.

Ricorda in proposito l’Assobioplastche che «attualmente esistono in commercio materie biodegradabili con un contenuto nullo di sostanza di origine biologica (i poliesteri alifatici aromatici a base di acido adipico o il policaprolattone) e materie biodegradabili totalmente di origine biologica (per esempio l’acido polilattico -PLA- o i poliidrossialcanoati – PHA). La progressione 40-50-60% appare essere un graduale incoraggiamento rivolto all’industria ad aumentare la quota di “bio-based” (al pari di quanto avviene per i carburanti rispetto a cui il Legislatore impone obblighi di utilizzo in percentuali crescenti di
biocarburanti)».
Aggiunge l’associazione che «la norma italiana inoltre riproduce sul punto la legge francese già in vigore sui per alimenti sfusi, per quanto riguarda le caratteristiche di contenuto di materia prima rinnovabile, non è quindi insinuabile che le specifiche richieste dalla legge italiana siano state stabilite ad hoc per favorire qualcuno in particolare».

Nessun favore a qualcuno
Nei giorni scorsi sui social network è girata con insistenza la voce che le norme fossero state pensate per favorire un’azienda in particolare. L’associazione respinge con vigore queste voci: «Assobioplastiche riunisce imprese multinazionali straniere che difficilmente avrebbero accettato un’asserita
normativa ipoteticamente volta a favorire un’impresa italiana. Il fatto poi che la Francia prima dell’Italia avesse scelto la stessa strada (materiali compostabili e con percentuali crescenti di biobased) è la miglior riprova dell’infondatezza di quanto paventato. Come già detto precedentemente, la norma italiana (idem quella francese precedente a quella nazionale) sembra perseguire sia un obiettivo legato alla gestione dei rifiuti, ossia alla biodegradabilità dei manufatti, che un obiettivo legato allo sviluppo di prodotti a base biologica».

Gli standard della biodegradabilità
Interessanti i dati sugli scandard di biodegradabilità delle bioplastiche. In particolare, il Consorzio italiano compostatori ha svolto di recente un monitoraggio volto a verificare il comportamentodelle plastiche biodegradabili e compostabili in situazione reale, ovvero negli impianti di compostaggio e digestione anaerobica.
Il monitoraggio ha dimostrato «la piena compatibilità dei manufatti compostabili in plastica certificata EN 13432 anche in quantitativi ben superiori rispetto alla situazione attuale», avverte l’Assobioplastiche.

Inoltre, le analisi hanno rilevato una presenza ingente di imballaggi in plastica tradizionale nell’umido, per una quantità di oltre 120mila tonnellate
(contro le poco più di 30mila tonnellate di bioplastiche), «che causano perdite di sistema a causa della necessità di separare la plastica dalla frazione organica, pari a 4 volte il peso della plastica stessa. Tale monitoraggio ha anche evidenziato che il 9% dei manufatti in plastica non conforme è rappresentato proprio dai sacchetti ortofrutta in polietilene (una percentuale rilevante è poi integrate dagli shopper in polietilene)», osserva l’Assobioplastiche.
Per quanto riguarda la biodegradabilità in mare, l’associazione ricorda i numerosi studi che confrontano la biodegradabilità delle materie plastiche in mare, sia quelle convenzionali sia le bioplastiche. «Stanno aumentando gli studi che indicano che le plastiche biodegradabili hanno la tendenza a biodegradare sotto l’azione di microorganismi marini. Per quanto riguarda una azienda italiana socia di Assobioplastiche i risultati ottenuti nella biodegradazione
mediante esposizione con microorganismi marini sono stati validati all’interno del programma Environmental Technology Verification della Commissione Europea». Anche per altri materiali esistono dati che dimostrano la tendenza alla biodegradazione (10% in 48 giorni), laddove i materiali tradizionali risultano totalmente recalcitranti.

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