Serie tv

Sadismo e humor nero, che grande Caterina!

Ispirata alla figura dell'imperatrice russa, “The Great” è una festa dell'eccesso e della spregiudicatezza, una black commedy in costume dove tutto è consentito. Con una colonna sonora “sdoppiata” perfetta per l'occasione

di Federico de Feo

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Ispirata alla figura dell'imperatrice russa, “The Great” è una festa dell'eccesso e della spregiudicatezza, una black commedy in costume dove tutto è consentito. Con una colonna sonora “sdoppiata” perfetta per l'occasione


3' di lettura

I drammi in costume svolgono da sempre il compito di raffigurare epoche storiche di grande fascino per il pubblico: così, milioni di spettatori possono rivivere ambientazioni uniche nel loro genere perdendosi nello sfarzo del passato. Come è stato notato, non importa quanto seria sia l'intenzione di replicare quello che è stato: l'importante è che non sembri complicato come il presente. Nel 1975, con l'uscita di Barry Lyndon di Stanley Kubrick, dramma in costume ambientato nell'Irlanda del Diciottesimo secolo, si inizia a fare luce sul lato oscuro e realistico dietro i fasti delle corti nobiliari, anche nelle relazioni con le classi inferiori; un universo complesso, messo in risalto dalle scelte musicali che raffiguravano le contrapposizioni di contesti così differenti tra loro. Ed è in questo filone narrativo che si inserisce la nuova serie prodotta da Hulu, The Great (in Italia su StarzPlay dal 18 giugno).

«An occasionally true story», una storia vera, ma solo a tratti. È questo l'incipit con cui si apre questo lavoro, scritto e ideato da Tony McNamara, già co-sceneggiatore di La favorita di Yorgos Lanthimos. The Great ripercorre l'ascesa al trono di Russia dell'illuminata Caterina La Grande, interpretata da Elle Fanning, a discapito del suo “dolce” marito, lo Zar Pietro III (Nicholas Hoult). Lo stile è volutamente grottesco, dissacrante, e dà forma al racconto di una corte reale dove la violenza e gli eccessi sono all'ordine del giorno. Come in The Favourite, McNamara predilige schemi narrativi legati alla black comedy che ci regalano spesso scariche di sadismo e crudeltà.

La scelta per la composizione della colonna sonora è ricaduta su due figure: da un lato, il compositore Nathan Barr, già conosciuto per True Blood e Hollywood; dall'altro, la music supervisor che più di tutti sta rivoluzionando il linguaggio del soundtrack, Maggie Phillips. L'intento, come già avvenuto per la colonna sonora da Oscar di Barry Lyndon, era quello di articolare la colonna sonora su più piani narrativi: la musica funzionale e gioiosamente attiva per accompagnare le classi inferiori che non vivono lo sfarzo e gli eccessi della corte; la musica stilizzata e ferma per l'arcaismo dell'alta nobiltà permeata da vendette, sadismo e sangue. Per rendere il prodotto attuale, era fondamentale creare commistioni sonore tra le vicende storiche della Russia del 18° secolo e il presente musicale. Lo stesso Kubrick, nelle vesti di un “music supervisor” ante litteram, aveva lavorato a stretto contatto con il compositore Leonard Rosenman per riorchestrare alcune opere di Bach e Schubert, corredando il tutto con brani non risalenti al periodo storico di Barry Lyndon.

Maggie Phillips, artefice del mondo sonoro di The Handmaid's Tale, si è scontrata per la prima volta con la creazione di un contesto settecentesco e di difficile collocazione musicale attuale. Partendo dall'analisi storiografica dei personaggi narrati, cifra stilistica del suo processo creativo, si è concentrata sull'illuminazione di Caterina e sull'idee libertarie e intellettuali che la contraddistinguevano agli occhi del mondo maschile di potere. «Gettin' out of the darkness… My light shines on», recita Movin' on Up dei Primal Scream, canzone utilizzata per la sua raffigurazione.

La fonte d'ispirazione principale per Maggie Phillips è forse da ritrovare nella strutturazione della colonna sonora di Marie Antoinette, ma a differenza di quanto avveniva nel film di Sofia Coppola, dove il supervisor Brian Reitzell metteva in risalto il lato ribelle ed adolescenziale della Regina francese attraverso brani di matrice post-punk e new wave, Phillips costruisce un comparto musicale “maturo” a rappresentare una donna forte che vuole emanciparsi dal ruolo secondario a cui è destinata. The Great, se pur senza picchi sonori epici, rispetta perfettamente i canoni musicali attuali dei drammi in costume, creando un dualismo compositivo e sonoro efficace che permette di rivivere il passato in una “veste” moderna.

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