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Saggio è chi sa bere

Alla celebrazione del succo della vite che cancella il dolore, i testi antichi affiancavano ammonimenti per un consumo responsabile, che tornano utilissimi di questi tempi. Lo stesso Dioniso invitava a seguire la regola dei “tre bicchieri”: uno per la salute, uno per l'amore, uno per il sonno. Mai andare oltre, fino alla follia

di Giorgio Ieranò

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Michaelina Wautier, “Il Trionfo di Bacco”, 1655, Vienna, Collezione Kunsthistorisches Museum

Alla celebrazione del succo della vite che cancella il dolore, i testi antichi affiancavano ammonimenti per un consumo responsabile, che tornano utilissimi di questi tempi. Lo stesso Dioniso invitava a seguire la regola dei “tre bicchieri”: uno per la salute, uno per l'amore, uno per il sonno. Mai andare oltre, fino alla follia


3' di lettura

Solo il vino distingue gli uomini civili dai barbari. Solo i selvaggi o i mostri ignorano la gioia raffinata del simposio, quando, dopo la cena, ci si riunisce per bere, per cantare poesie, per raccontarsi storie e per condividere le gioie della vita. Era quello che pensavano gli antichi greci, come testimonia già l'Odissea. Qui, il mondo dei Ciclopi, per esempio, rappresenta lo stato primitivo dell'esistenza, il grado zero della vita civile.

I Ciclopi non hanno leggi, non conoscono assemblee, vivono ciascuno rintanato nella propria caverna. Ma, soprattutto, il loro carattere primitivo è rimarcato dal fatto che ignorano il vino. E così Odisseo può far ubriacare Polifemo, con l'otre di vino che si portava appresso, e poi, mentre il mostro dorme, piantargli un palo rovente nell'unico occhio.

Polifemo non sa come si beve il vino. Lo tracanna a garganella, in modo smodato, senza tagliarlo con l'acqua, come usavano fare i greci. Essere civili, infatti, significa non solo coltivare la vite e saperne ricavare il succo, ma anche essere capaci di bere in modo sensato. Se un aristocratico greco capitasse oggi in un “after hour” o in una discoteca, probabilmente metterebbe mano alla spada. Gli parrebbe di essere finito in mezzo ai barbari orientali della Scizia, che bevono smodatamente «tra urla e clamori», come diceva il poeta Anacreonte.

Non che i simposi greci fossero sempre ordinati e composti: chi ha letto il Simposio di Platone ricorderà il tumultuoso ingresso del bellissimo Alcibiade, ubriaco perso, il quale caccia via i servi che vorrebbero fermarlo perché l'ora è ormai tarda. Ma i greci sapevano che il vino era un dono degli dei: era stato regalato agli uomini da Dioniso, il signore dell'ebbrezza. E, come ogni dono divino, aveva una natura ambigua e poteva anche essere pericoloso.

Per questo andava smorzato con l'acqua. Il vino puro poteva, infatti, trascinare nella dimensione più inquietante del mondo dionisiaco, quella della follia, rappresentata da un demone, Akratos, letteralmente “il (vino) non mescolato”, il cui volto allucinato era scolpito nel muro del santuario di Dioniso ad Atene, vicino al teatro.

Una pittura su un vaso lo raffigura come un volto senza corpo, innaturalmente sospeso nel nulla, con gli occhi stravolti da uno sguardo insano. In una commedia di Eubulo, autore del IV secolo a.C., lo stesso Dioniso raccomandava di non andare mai oltre il terzo bicchiere: il primo per la salute, il secondo per l'amore, il terzo per il sonno. Poi i saggi vanno a letto, diceva il dio del vino, e solo gli stolti proseguono, tra grida e clamori, fino alla follia.

Viceversa, il vino bevuto come si deve, non alla maniera degli Sciti, apre le porte della felicità. Come si legge nelle Baccanti di Euripide: «Dioniso ha donato agli uomini lavite che cancella il dolore. E dove non esiste il vino, non esiste l'amore, non c'è più traccia di una gioia umana». Nel mondo dei simposi, infatti, trionfano, con il vino, la poesia e l'eros, si canta e si amoreggia con le belle ragazze (o i bei ragazzi).

Bere vino fa dimenticare le sofferenze e le tristezze della vita. Dice l'eroe Eracle in un'altra tragedia di Euripide, Alcesti: «Avanti, vieni qui, divertiti e bevi anche tu. La vita va assaporata giorno per giorno. Al resto non pensare e lascialo al destino. Su, siediti, mettiti delle corone di fiori: vedrai che quando avrai bevuto da questa coppa, tutte le tue angosce svaniranno. Che potere magnifico ha il vino!».

Ma, fin dal tempo degli antichi, il vino era anche ricchezza, merce di scambio, prodotto cardine dell'economia mediterranea. Già nel VII secolo a.C. il mercante Carasso, fratello della poetessa Saffo, viaggiava con la sua nave da Lesbo fino al Delta del Nilo, portando il pregiato vino della sua isola agli egizi che, di solito, si accontentavano di bere birra. E a noi piace immaginare Carasso che, dopo una giornata di mercanteggiamento con gli egizi, clienti ostici, se ne sta seduto placidamente in riva al fiume, con un buon bicchiere del suo vino lesbio.

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