CORTE D’APPELLO

Eni, caso Saipem-Algeria: tutti assolti i vertici

La seconda Corte d’Appello di Milano ha assolto l'ex ad di Eni Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, e la compagnia petrolifera italiana nel processo con al centro il caso Saipem-Algeria su una presunta maxitangente algerina


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4' di lettura

La seconda Corte d’Appello di Milano ha assolto l’ex ad di Eni Paolo Scaroni, attuale presidente del Milan, e la compagnia petrolifera italiana nel processo con al centro il caso Saipem-Algeria su una presunta maxitangente algerina da 197 milioni di dollari. Assolti anche tutti gli altri imputati nel procedimento di secondo grado, inclusi i manager di Saipem e la stessa partecipata. La sentenza ha ribaltato il verdetto di primo grado stabilendo che «il fatto non sussiste».

Revocata la confisca da 197 milioni di dollari
La Corte ha revocato la confisca da 197 milioni di dollari a carico di Saipem nel processo di secondo grado sulla presunta maxitangente algerina. La somma era pari alla presunta tangente che Saipem avrebbe pagato per ottenere contratti da 8 miliardi di euro nel paese nordafricano.

Il ricorso della procura di Milano contro l’assoluzione di Eni in primo grado nel processo sul presunto pagamento di tangenti in Algeria è stato, infatti, giudicato «inammissibile» dalla Corte d'appello di Milano. I giudici hanno confermato di fatto la sentenza di assoluzione della società, che era imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti.

La difesa: è una sentenza storica
Enrico Giarda, il legale di Saipem, parla di una «sentenza storica. Finalmente viene fatta giustizia dopo 8 anni di massacro giudiziario». Esulta anche la difesa di Scaroni: «Credo che si possa mettere la parola “fine” a questa vicenda» dice l’avvocato Enrico De Castiglioni.

Il processo, arrivato alla sentenza di secondo grado, riguarda il presunto pagamento di una “maxitangente”, così l’aveva definita il pm di Milano Isidoro Palma durante il processo di primo grado, di 197 milioni di euro in Algeria per far ottenere a Saipem (partecipata da Eni) appalti da 8 miliardi di euro e presunte irregolarità nell'operazione del 2008 che portò Eni a comprare la società canadese First Calgary Petroleums Ltd, che come unica attività aveva un giacimento di gas a Menzel, in Algeria, in comproprietà con l'azienda statale algerina Sonatrach. L’operazione è costata circa 923 milioni di dollari canadesi.

L’ipotesi dell’accusa
La tangente da 197 milioni di euro, secondo l’accusa, sarebbe stata pagata da Saipem attraverso contratti con la società Pearl Partners che, però, per la procura “non ha effettuato alcun lavoro o consulenza tale da giustificare un pagamento da 197 milioni”. In primo grado, il 19 settembre 2019, il tribunale di Milano aveva assolto Paolo Scaroni in merito ai contratti di Saipem “per non aver commesso il fatto” e per il caso First Calgary “perché il fatto non sussiste”. Il tribunale, inoltre, aveva assolto dalle accuse anche il manager di Eni Antonio Vella e la stessa Eni, che era imputata per la legge 231/2001 sulla responsabilità amministrativa degli enti. Il pm di Milano Isidoro Palma aveva chiesto per Scaroni la condanna a 6 anni e 4 mesi, per Vella a 5 anni e 4 mesi e per l'Eni una sanzione pecuniaria di 900mila euro.

La decisione della Corte d’appello di Milano
Nella requisitoria di appello, il 13 novembre 2019, era stato chiesto dalla procura generale di Milano di cambiare la sentenza di assoluzione in una condanna e di condannare i due manager e la società alle stesse pene chieste in primo grado. La Corte d’appello ha giudicato inammissibile il ricorso della procura nei confronti di Eni e ha quindi confermato l'assoluzione per la società, per Scaroni e per Vella.

Per quanto riguarda il capitolo “Saipem” della vicenda, il 19 settembre 2018, il tribunale di Milano aveva condannato l'ex presidente e ad di Saipem Pietro Tali a 4 anni e 9 mesi, l’ex direttore operativo di Saipem in Algeria Pietro Varone a 4 anni e 9 mesi, l’ex direttore finanziario prima di Saipem poi di Eni Alessandro Bernini a 4 anni e un mese e Farid Bedjaoui a 5 anni e 5 mesi, Samyr Ouraied a 4 anni e un mese e Omar Habour a 4 anni e un mese. Bedjaoui è considerato il fiduciario dell'allora ministro algerino dell'Energia Chekib Khelil, Ouraied a sua volta fiduciario di Bedjaoui mentre Habour per l’accusa è il presunto riciclatore delle tangenti pagate in Algeria dal gruppo italiano.

Il filone “First Calgary”
La condanna è relativa all’accusa di corruzione internazionale in merito ai contratti ottenuti da Saipem in Algeria. Invece, gli stessi imputati erano stati assolti dall'accusa relativa a presunte irregolarità nell'operazione First Calgary. Saipem, imputata per la 231/2001, era stata condannata in primo grado a una sanzione pecuniaria di 400mila euro e alla confisca di oltre 197 milioni di euro, considerato il valore della presunta tangente pagata in Algeria. In appello, il sostituto procuratore generale Massimo Gaballo aveva chiesto la conferma della sentenza di primo grado relativa a Saipem e agli imputati già condannati, con la revisione solo nella parte relativa all'interdizione dalla contrattazione con la pubblica amministrazione.

In primo grado, il periodo di interdizione è stato fissato in uno di pari durata a quello della condanna, mentre il sostituto pg ha chiesto di ridurre a 3 anni il periodo di interdizione. La Corte d’appello non ha accolto le richieste della procura generale di confermare le condanne e ha riformato la sentenza relativa a Saipem, ai suoi ex manager e ai presunti intermediari, assolvendo tutti gli imputati “perché il fatto non sussiste”. Oltre al reato di corruzione internazionale, nel processo era contestato anche quello di dichiarazione fraudolenta. Il reato era già prescritto in primo grado e anche in appello è stata confermata la prescrizione.

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