Interventi

Salario minimo, equivoci e giochi contabili

La riduzione del cuneo fiscale rischia di essere un’arma a doppio taglio per i lavoratori

di Marco Veruggio

(ANSA)

2' di lettura

Su Il Sole 24 Ore del 27 novembre Francesco Seghezzi e Michele Tiraboschi, sono intervenuti sul tema del salario minimo, criticando la recente direttiva europea e la dichiarazione comune delle ministre del Lavoro italiana e spagnola Catalfo e Diaz. Per i due esponenti di Adapt, da sempre contraria al salario minimo orario, «i sostenitori del salario minimo legale vedono nella sua introduzione una comoda soluzione del problema che però è anche una scorciatoia perché non affronta il problema dei bassi salari dal lato della riforma fiscale e della contrattazione di produttività».

L’idea che la crescita dei salari debba venire in parte dalla riduzione del cuneo fiscale e in parte dall’aumento della produttività, attraverso la contrattazione di secondo livello (che la maggioranza dei lavoratori non ha) e il welfare contrattuale e/o aziendale non è nuova e dunque possiamo già sottoporla a verifica, come toccherebbe fare se si vuole affrontare una questione in modo scientifico.

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Sul cuneo fiscale la risposta è semplice: affidare la crescita dei salari alla riduzione del prelievo fiscale significa ridurre le entrate dello Stato che finanziano servizi pubblici come scuola, sanità e trasporti (come è noto l’80% del gettito Irpef proviene dai lavoratori dipendenti, gli unici impossibilitati a evadere). Cioè vuol dire affidare l’aumento del salario “diretto”, lo stipendio, alla riduzione del salario “indiretto” erogato dallo Stato sotto forma di servizi accessibili a tutti a prescindere dal reddito per garantire diritti elementari quali istruzione, salute, mobilità. In pratica un gioco contabile che sposta l’onere di aumentare i salari dalle aziende ai contribuenti tramite lo Stato. Una proposta che tanto più oggi, visto l’impatto dei tagli alla spesa pubblica sulla nostra capacità di reagire alla pandemia – carenza di ambulatori territoriali, terapie intensive, medici e infermieri, autobus e autisti, aule e insegnanti – andrebbe o accantonata o rivendicata assumendosi l’onere di dire che bisogna scegliere tra salari decenti e diritti, a partire da quello di essere curati dal Covid.

Sul secondo punto bisogna innanzitutto sgombrare il campo da un equivoco: la produttività non è a carico esclusivo dei lavoratori. Chi buca un muro con un punteruolo non ha la stessa produttività di chi usa un trapano, ma i lavoratori utilizzano i mezzi che fornisce loro l’impresa, non se li scelgono. Ora le serie storiche dei principali indicatori economici mostrano che il capitalismo italiano ha perseguito una strategia fondata su bassi investimenti e bassi salari, prima dell’euro mediante la svalutazione della moneta (e indirettamente delle retribuzioni), poi attaccando direttamente i salari con politiche di moderazione salariale in ambito contrattuale e iniezioni di lavoro a basso costo mediante gli appalti.

Sul tema del salario minimo orario per legge, inteso non in contrapposizione ma quale base della contrattazione collettiva, se dobbiamo rivolgere una critica all’attuale maggioranza di governo, i cui partiti ufficialmente sono tutti favorevoli, diciamo semmai che ne parlano da due anni, ma continuano a lasciare il salario minimo in un cassetto, finendo per accontentare proprio chi li accusa di volerlo imporre. Se poi le sole indicazioni di Bruxelles considerate urgenti sono quelle che chiedono di togliere, non ci si stupisca se crescono i sentimenti “euroscettici”.

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