Salario minimo

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Dal salario minimo alla ex Ilva: il governo contro le imprese

di Marco Mobili e Claudio Tucci


Salario minimo per legge spaventa sindacati e imprese

4' di lettura

Dal salario minimo alla nuova proposta di scala mobile, dal destino dell’ex Ilva al cambiamento delle regole per le concessionarie (autostradali e petrolifere come quelle dell’Eni in Val D’Agri), dalle grandi opere che non si sbloccano alle norme fiscali che producono incertezza e usano spesso l’impresa come un bancomat per lo Stato (split payment, reverse charge, Iva persa in caso di procedure concorsuali): si moltiplicano i dossier, le norme, le proposte che colpiscono le imprese e le loro attività. Per non parlare delle promesse fatte e (finora) non mantenute, come la correzione al decreto dignità o un robusto taglio al cuneo fiscale.

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Il salario minimo
Il fronte più caldo è ora quello del salario minimo, diventato una priorità nei giochi di governo nonostante la ferma opposizione delle parti sociali. Il provvedimento, spinto dal M5S, è il Ddl Catalfo, all’esame del Senato, che fissa la misura, ex lege e quindi valida per tutti, a 9 euro lordi l’ora. L’impatto sulle imprese porterebbe a un’impennata del costo del lavoro di 6,7 miliardi, secondo le stime elaborate dall’Inapp. L’intervento riguarderebbe 2,6 milioni di lavoratori dipendenti privati, a esclusione di agricoltura e lavoro domestico. Comprendendo anche questi due settori - che la norma escluderà - il costo per le aziende, secondo l’Inps, salirebbe a 9,7 miliardi per il 28% dei lavoratori.

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A ciò vanno aggiunti gli effetti sugli altri livelli di inquadramento, che gioco forza potrebbero essere rivisti al rialzo dalla contrattazione. I 9 euro lordi l’ora corrispondono all’80% del salario mediano. In Germania, ad esempio, si scende al 48%. In media nei Paesi Ocse i salari minimi variano tra il 40% e il 60 % del salario mediano, in Italia ciò vorrebbe dire tra i 5 e i 7 euro l’ora. La misura non piace alla Lega. Per le aziende la previsione di un salario minimo legale, oltre all’aggravio di costo, rischierebbe di spiazzare la contrattazione, che nel nostro paese, storicamente, regola gli aspetti retributivi negoziali (e non solo, anche, diritti e tutele).

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Per assorbire gli aumenti indotti dal salario minimo il governo starebbe pensando, per le aziende interessate, a un credito d’imposta calibrato sui soli dipendenti beneficiari del salario minimo. Secondo i primi calcoli dei tecnici del governo servirebbero tra gli 8 e i 10 miliardi se si vuole, almeno in parte, limitare l’impatto degli aumenti indotto dal Ddl Catalfo. Quello che doveva essere ed era stato promesso come taglio secco del costo del lavoro per favorire l’occupazione diventerebbe una partita di giro in cui il danno è immediato e certo e il “recupero” incerto e lontano.

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La nuova scala mobile
Altrettanto onerosa, per le imprese, è la proposta, sempre di matrice grillina, di introdurre un meccanismo di rivalutazione legata all’indice dei prezzi al consumo, automatica in caso di contratti scaduti o disdettati e non rinnovati (una sorta di nuova “scala mobile”). La norma è già tratteggiata nel Ddl Catalfo, ora si tratterebbe di renderla effettiva, scavalcando, ancora una volta, i contratti. Nella partita, almeno stando ai ripetuti annunci del vicepremier Luigi Di Maio, entrerebbe pure l’operazione di riduzione delle tasse a favore delle aziende.

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Stretta sui contratti a termine
A pesare invece già sulle aziende è il decreto dignità, pienamente operativo da novembre 2018. Il provvedimento, che prevede una stretta su contratti a termine e in somministrazione, con il ripristino di causali legali, ha prodotto un crollo dei rapporti di impiego flessibile, in parte bilanciato da un incremento delle stabilizzazioni. Qui è la Lega a proporre un ammorbidimento, ma il M5S ha già dichiarato di essere contrario.

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Concessioni autostradali e petrolio
Forte preoccupazione desta la proposta dell’Autorità dei trasporti di un nuovo metodo tariffario. L’intero settore rischia di entrare - dice Confindustria - in una «situazione di incertezza e di potenziale conflittualità». L’auspicio «è che si apra un confronto tra Governo e concessionarie per verificare costruttivamente l’applicazione delle delibere dell’Autorità di regolazione dei trasporti e definire tempi più ragionevoli di adeguamento di piani economico-finanziari per loro natura estremamente complessi e impegnativi». Per Confindustria va assolutamente evitata l’apertura di un contenzioso che porterebbe al blocco degli investimenti. Anche qui la politica soffia sul fuoco. Alessandro Di Battista: «Riprendiamoci le autostrade».

Intanto si è aperto un nuovo fronte sulle concessioni petrolifere: M5S con un ordine del giorno ha proposto lo stop alla proroga dell’autorizzazione Eni in Val D’Agri. La Lega, prima del voto, ha ottenuto una parziale riformulazione dell’impegno chiesto al Governo.

Certezza del diritto addio
L’assenza di regole certe e il loro cambiamento in corsa è diventata la regola. Il che sul piano fiscale rende impossibile una qualsiasi forma di tax planning credibile e a seguire di investimento e innovazione dell’impresa. Un esempio è il credito d’imposta Ricerca e Sviluppo. Dal 2017 a oggi le aliquote sono cambiate ben 5 volte e per altro, in tutti i casi, ad anno d’imposta in corso. L’assenza di regole e il continuo cambiamento rende imprevedibili anche gli effetti degli accertamenti e soprattutto dell’esito di eventuali contenziosi, i cui costi di gestione sono ormai una forma di tassazione aggiuntiva per le aziende.

C’è poi l’utilizzo delle imprese come bancomat. E questo sia con l’Iva che l’impresa non può recuperare in tempi brevi nei casi di procedure concorsuali, sia con lo split payment e il reverse charge: introdotti da più di cinque anni in deroga alle regole Ue per contrastare le frodi Iva, ma ormai superati con l’introduzione a regime della fatturazione elettronica e dal 1° luglio con l’invio telematico di scontrini e ricevute.

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