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Salario minimo, M5S e Pd lontani su ammontare e ruolo dei contratti collettivi

Qualsiasi testo vedrà la luce, dovrà affrontare e sciogliere i due nodi che hanno impantanato il ddl Catalfo. Primo: i nove euro lordi l’ora sono retribuzione o se non solo, cosa comprendono anche? Secondo: i Ccnl che ruolo dovranno avere? Le risposte a queste due domande aiuteranno a capire che piega prenderà lo strumento

di Claudio Tucci


Il programma M5S-Pd, dal salario minimo allo stop agli aumenti Iva

3' di lettura

Nell’ultima bozza di “linee programmatiche” dell’eventuale nuovo governo M5S-Pd il salario minimo c’è, anche se la formula utilizzata nel documento è rimasta piuttosto generica: «individuare una retribuzione giusta (“salario minimo”), garantendo le tutele massime a beneficio dei lavoratori». Insomma, un compromesso anche letterario, che in realtà non aiuta a comprendere come si concretizzerà nel dettaglio l’intervento per fissare, in Italia, la nozione di giusta retribuzione, tutelata anche dalla Costituzione.

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Il fatto è che le proposte di salario minimo grilline e dem, a parte il punto di partenza condiviso, cioè sottrarre allo sfruttamento persone che guadagnano 3-4 euro l’ora, sono distanti. E non poco. E lo sono soprattutto su due questioni tecniche dirimenti, il valore da attribuire al minimo orario e il ruolo dei Ccnl. Ma procediamo con ordine.

Il Ddl Catalfo
La proposta bandiera di salario minimo del M5S è contenuta nel ddl Catalfo, da un paio di mesi fermo in Senato. Il provvedimento fissa a nove euro lordi l’ora la retribuzione minima oraria, e lo fa direttamente ex lege e con validità erga omnes. Già nel dibattito in corso nel precedente governo, la misura è stata criticata da tutte le parti sociali e non convinceva neppure la Lega, allora azionista dell’esecutivo. I nodi erano due: i nove euro lordi l’ora che, secondo il Carroccio, dovevano rappresentare la retribuzione oraria complessiva, comprendendo cioè anche gli elementi indiretti e/o differiti, per esempio ferie, mensilità aggiuntive, Tfr. In caso contrario, se i nove euro lordi l’ora fossero solo retribuzione oraria diretta, per il partito di Matteo Salvini, il rischio sarebbe stato quello di un incremento secco del costo del lavoro per le aziende stimato intorno al 20 per cento. L’altro nodo sul tavolo era il ruolo dei Ccnl, che nel nostro paese coprono il 95% degli occupati, offrendo più diritti e tutele. In base al ddl Catalfo, i nove euro l’ora ex lege superano le previsioni economiche contenute nei Ccnl, che sono quindi da aggiornare. La critica, di tutti, in primis delle parti sociali, è il possibile spiazzamento dei Ccnl, vista l’immediata impennata di costi.

La proposta Pd
Per il Pd il salario minimo orario non deve spiazzare i Ccnl: di qui la proposta sostenuta dall’economista Tommaso Nannicini, di «non impiccarsi in cifre rigide fissate ex lege», ma di aprire a una commissione di esperti che designi lo strumento non in chiave di contrapposizione ai Ccnl. Il perché è presto detto: se nella legge si fissa una cifra troppo alta si crea lavoro nero; se troppo bassa si crea una fuga dalla contrattazione collettiva, rendendo più deboli i lavoratori. Ovviamente, per il Pd, la legge dovrà dire, nel rispetto dell’autonomia delle parti sociali, quali sono le sigle che possono firmare i Ccnl. E per chi non è coperto da Ccnl? Ecco, lì si applica il salario minimo fissato dalla commissione in cui sono rappresentate le parti sociali.

In sintesi, come si evince, dibattito politico a parte, sul salario minimo orario passare dai titoli a una proposta normativa M5S-Pd vera non è per nulla agevole, visti i differenti e confliggenti punti di partenza. In ogni caso, qualsiasi testo vedrà la luce, dovrà affrontare e sciogliere i due nodi che hanno impantanato il ddl Catalfo. Primo: i nove euro lordi l’ora sono retribuzione o se non solo, cosa comprendono anche? Secondo: i Ccnl che ruolo dovranno avere? Le risposte a queste due domande aiuteranno a capire che piega prenderà lo strumento. Se la prenderà.

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