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Sale la tensione sulle riforme processuali nel penale e nel civile

di Giovanni Negri

2' di lettura

Acque agitate sulle riforme del processo penale e di quello civile. Almeno sul fronte parlamentare. Perché la dissoluzione della maggioranza fa ritenere, almeno ad alcune forze politiche, che la partita sia riaperta o comunque considerare opportuno prendere le distanze da interventi spesso oggetto di estenuanti mediazioni. Ieri, infatti, nelle commissioni Giustizia di Camera e Senato, si è iniziato a discutere dei pareri che devono essere espressi dal Parlamento sui testi dei due decreti legislativi che hanno riscritto le misure processuali. Provvedimenti che peraltro sono punti cardine nel contesto delle norme di attuazione del Pnrr (per un bilancio complessivo dello status di attuazione si veda la pagina 10) con gli obiettivi di sensibile riduzione della durata dei giudizi, sia civili sia penali.

Ma l’avvio del confronto in commissione ha fatto rivivere le divisioni. Alla Camera dove sul penale si inizia formalmente oggi il Movimento 5 Stelle appare orientato a presentare proposte sostanziali di modifica al testo, in assenza delle quali è possibile che verrà espresso un voto contrario. E i 5 Stelle esprimono, tra l’altro, uno dei due relatori, Giulia Sarti, mentre l’altro è Franco Vazio del Pd. Sul civile, sempre alla Camera, relatrici le deputate Lucia Annibali (Iv) e Mirella Cristina (M5S) il testo è stato incardinato, ma potrebbero essere proposte osservazioni dalla stesse relatrici su punti significativi come il ruolo dei consulenti del lavoro nel contesto delle cause di natura lavoristica.

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Sul processo civile, per ora, lo scontro è avvenuto in Senato. Il relatore Simone Pillon (Lega) ha riaperto un fronte già oggetto di polemiche in passato, proponendo una bozza di parere in cui ha sollevato il tema della mediazione nelle cause in cui ci sia stata violenza da parte dell’uomo sulla donna o sui minori. Il decreto esclude la mediazione mentre il parere di Pillon si spinge sino a prevedere che il giudice possa imporla, «nel caso in cui nel corso del giudizio ravvisa l’insussisistenza della condotta» violenta. Anna Rossomando, responsabile giustizia del Pd, ha subito sottolineato che questa formulazione «è inaccettabile e in contrasto con la convenzione di Istanbul sulla tutela di donne e minori dalla violenza», misure destinate a prevalere anche su quelle procedurali italiane.

Approvato, invece, al Senato il più tranquillo pare sul testo meno delicato, quello che meglio scandisce funzioni e destinazione degli addetti all’ufficio del processo, la struttura di supporto all’autorità giudiziaria fortemente potenziata dalla riforma Cartabia.

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