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Salerno, Lecce, Chieti, Potenza: arriva il nuovo decreto «salva città»

Come funziona il decreto Aiuti, che cerca di porre un rimedio ai bilanci in rosso delle città di medie dimensioni

di Gianni Trovati

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3' di lettura

A Salerno il bilancio del 2020 si è chiuso con un disavanzo di 201,9 milioni, che fanno 1.562,6 euro ad abitante. Cifra lontana dalle vette napoletane dove il rosso pro capite è di 2.674,2 euro, ma superiore ai livelli di Palermo (975,1 euro) o Torino (1.035,2). Eppure di Palermo e Torino, come di Napoli e Reggio Calabria, si è occupata l’ultima legge di bilancio, con il sistema dei «Patti» fra governo e sindaci che il premier Draghi ha già firmato nei capoluoghi di Campania e Piemonte.

Il decreto Aiuti approvato lunedì in Consiglio dei ministri interviene ora per superare questa divisione fra una serie A delle crisi, occupata dalle grandi città e oggetto di attenzione governativa, e una serie B priva di questo cappello. Il testo di questo ennesimo salva-bilanci, che dovrebbe estendersi a tutti i capoluoghi di Provincia fiaccati da uscite che corrono più delle entrate, è ancora in costruzione, ma il meccanismo si ispira proprio a quello dei Patti della manovra: più leve da muovere per puntellare i conti in cambio di una maggiore assunzione di responsabilità delle città interessate. Con una differenza sostanziale, però: in questo caso non ci sono a disposizione soldi statali, come i 2,67 miliardi in 20 anni messi a disposizione dalla legge di bilancio alle quattro big in affanno.

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Ai Comuni l’onere di trovare i fondi

Per chiudere lo squilibrio, quindi, i sindaci dovranno fare da sé, allargando un po’ le maglie delle regole ordinarie. E tra gli ingredienti del menù del risanamento, accanto a valorizzazione del patrimonio immobiliare, riorganizzazione delle partecipate e obiettivi di spesa e investimenti ci dovrebbe essere anche quello fiscale: con la possibilità, già concessa alle quattro città maggiori (e prima di loro a Roma), di far superare all’addizionale Irpef il tetto nazionale dell’8 per mille. Il principio è lineare, «aiutati se vuoi che il governo ti aiuti», e nasce dalla volontà di evitare che la ricerca di sostegni esterni spenga l’esigenza di cercare un rimedio strutturale alle difficoltà dei propri bilanci. Perché i buchi nei conti nascono in loco, e in loco vanno chiusi. Ma dove potrà arrivare la cura?

Come sempre capita nei Comuni, quelli in crisi sono una minoranza, ma le difficoltà di questa minoranza sono spesso pesanti, in una geografia orientata decisamente a Sud. Se come accaduto per le quattro grandi il criterio per l’intervento sarà un deficit da almeno 700 euro ad abitante, le città interessate sono 10. Il numero ovviamente cresce nel caso di soglie più basse.

Le città interessate

In prima fila c’è appunto Salerno, tallonata da Potenza dove i 79 milioni di deficit del 2020 sono diventati 86 nel 2021. Nel gruppone di testa c’è poi Chieti (74 milioni di disavanzo, circa 1.500 euro ad abitante), e poi Rieti, Vibo Valentia, Lecce, Catanzaro, Andria e Avellino. Fra le città del Nord, l’inchiostro rosso dei bilanci fa capolino solo ad Alessandria.

Gli addetti ai lavori riconoscono nell’elenco molti nomi abituali nei censimenti di dissesti, pre-dissesti e conti in deficit.

Perché in queste città lo squilibrio dei bilanci non nasce da shock momentanei, ma da gestioni che scavano con pazienza i buchi negli anni. L’obiettivo, ambizioso, del nuovo intervento è quello di proporre rimedi altrettanto strutturali.

Il decreto aiuti arricchisce poi il già sterminato codice delle norme contro le crisi locali con un aiuto alle Province e alle Città metropolitane già in default o pre-dissesto: a loro è indirizzato un fondo da 45 milioni in due anni per accompagnare i tentativi di risanamento. La misura riguarda una Provincia in dissesto (Vibo Valentia) e nove in pre-dissesto (Alessandria, Asti, Verbano Cusio Ossola, Imperia, La Spezia, Ascoli Piceno, Chieti, Salerno e Catanzaro).

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