ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùIl processo per diffamazione

Sallusti e Saviano, quali sono i limiti della critica

L’autore di Gomorra, nel corso di una trasmissione televisiva, aveva offeso la reputazione di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani

(ANSA)

3' di lettura

È iniziato il processo per diffamazione a Roberto Saviano che, nel corso di una trasmissione televisiva, ha offeso la reputazione di Giorgia Meloni e di Matteo Salvini. Questo il contesto: lo scrittore nel commentare la morte di un bambino, figlio di migranti, mentre tentava di raggiungere l'Italia, ha ricordato le dichiarazioni dei due politici che, a proposito dell'attività della Ong impegnate a salvare vite umane come quella di quel bambino, le avevano apostrofate come “taxi del mare” o “crociere”.

Saviano, a quel punto, si è chiesto come si potesse essere tanto irrispettosi del dolore dei naufraghi e ha indirizzato ai due capi partito l'epiteto “bastardi”. La notizia della prima udienza ha fatto un certo “rumore”, anche perché in aula si sono presentati svariati personaggi per dimostrare solidarietà all'imputato. Quest'ultimo, poi, fuori dal tribunale, leggeva un comunicato con le proprie ragioni, sottolineando, tra l'altro, il proprio impegno, come scrittore, nella difesa della libertà di parola. Si trattava dell'ultimo episodio della lunga storia di contrasti tra “stampa e regime”.

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Tra le reazioni di segno contrario, vi è stata anche la pubblicazione sulla prima pagina di Libero del titolo “Saviano bastardo”. Il direttore Sallusti spiegava, riprendendo provocatoriamente la posizione espressa nel comunicato, che anch'egli era un giornalista e scrittore e perciò, esattamente come Saviano, si arrogava il diritto di usare un improperio per esprimere un giudizio negativo sul comportamento di chi l'aveva a propria volta e per primo utilizzato. Ora, non vi è dubbio che la parola usata dall'autore di Gomorra sia offensiva e che anzi, trattandosi di un insulto, sia in generale assai difficile ritenerla riconducibile al diritto di critica. Tuttavia, senza voler entrare nel merito del processo, di cui non conosciamo con precisione le carte e quindi i contorni, va sottolineato che la critica alle affermazioni e ai comportamenti dei politici, soprattutto con riferimento a fatti di notevole interesse pubblico, consente parole forti.

Quando poi si tratta di politici di vertice, a certe condizioni, si può arrivare fino all'attacco personale e all'insulto. Questo perché, nei confronti di chi occupa i più alti livelli della politica – che può dettare regole che incidono sulla vita di tutti – la critica deve poter essere talmente libera da consentirsi accenti vietati altrove. La ragione è ovvia: il potere, per non degenerare, deve poter essere controllato e dunque criticato; maggiore è il potere, più ampi vanno tenuti i limiti concessi alla critica. I casi più noti sono quelli di chi aveva rivolto a Berlusconi, in tribunale, al termine di un'udienza, l'ingiuria “buffone, fatti processare” e del giornalista austriaco che aveva definito il governatore della Carinzia Heider “trottel”, cioè “idiota”. Il tema è delicato perché, seguendo questa tesi, il bilanciamento tra i beni giuridici in gioco dà come risultato il sacrificio quasi totale della reputazione, a favore della libertà di espressione.

Tuttavia, semplificando molto, ci pare che questa soluzione non stoni con lo spartito costituzionale ove è assai chiaro che gli interessi collettivi, come quello di essere informati così da arginare il potere, fanno premio su quelli solo individuali, come la tutela della propria buona fama. Ci pare invece del tutto estraneo al sistema il ragionamento che propone (più o meno per scherno) Sallusti in base al quale, essendo anch'egli un giornalista e scrittore, potrebbe criticare Saviano, con lo stesso termine usato da Saviano per criticare Meloni e Salvini. La maggiore libertà nell'uso di vocaboli anche molto aspri dipende, infatti, oltre che dall'interesse pubblico dell'argomento, dal bersaglio della critica e non dal suo autore. In questo caso, infatti, tale libertà è funzionale al controllo del potere, diversamente sarebbe solo un privilegio di persone iscritte a un albo o che svolgono un certo mestiere. Certo, a meno di non voler rispolverare un “ordinamento” in vigore nei cortili delle nostre scuole elementari dove, quando un ragazzotto usava le prime parolacce contro un altro, costui, o qualcuno per lui, rispondeva lesto, con i palmi delle mani intrecciati e rivolti a chi aveva offeso: “specchio riflesso!”.

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