editoria europea

Salone del libro di Parigi, umanesimo contro fanatismo

di Riccardo Piaggio


Lo stand Gallimard al Salone del libro di Parigi (Foto Riccardo Piaggio)

5' di lettura

Achtung Europa! Il celebre monito di Thomas Mann, con cui all'alba del conflitto lo scrittore invocava, invano, un nuovo “umanesimo militante”, aleggiava silenziosamente venerdì scorso all'inaugurazione delle quattro Giornate del Libro di Parigi, tra una dédicace e l'altra. Al progetto europeo è dedicata questa edizione del Salon du Livre (invitati speciali, oltre a Commissione e Parlamento Europeo, Bratislava e il Sultanato dell'Oman), la principale rassegna editoriale e culturale francese, nel momento più difficile della Storia comunitaria.

In un paesaggio di libri che raccoglie tutto, dal mainstream dei bestsellers agli irregolari (come il matematico e politico Cédric Villani e il cuoco molecolare Thierry Marx), i grandi nomi (Pamuk, Nothomb) e i volti nuovi (in primis il nuovo Goncourt Nicholas Mathieu) dell'editoria francese hanno ben raccontato lo stato dell'arte e di salute del sistema culturale transalpino, in splendida forma nonostante il rigido Inverno dei gilets jaunes. Anche se il Salone di Parigi storicamente guarda, come è ovvio, al sistema editoriale Francia, i grandi Paesi europei, a cominciare dalla Germania (Francoforte è da sempre la Capitale mondiale del Libro), fresca di Accordo di Aix -La-Chapelle, erano presenti al Palais Expo della Porte de Versailles.

Assente invece l'Italia (ad eccezione di uno stand privato che ospitava la Federazione unitaria Scrittori), con due sole primule protagoniste di altrettanti preziosi colloqui grand public, oggi al cuore della programmazione: il sociologo, intellettuale e fiero europeista Giuliano Da Empoli (nato a Parigi, dove vive) e lo scrittore Erri De Luca, amatissimo in Francia (prix Européen de Littérature et prix Ulysse), tra gli italiani più letti qui insieme a Elena Ferrante, Roberto Saviano, Marcello Fois, Michela Murgia e, recentemente, Paolo Cognetti. Espressioni vitali del Paese più amato dai francesi, che si nutrono da secoli delle nostre storie, delle nostre visioni e, a volte, delle nostre disgrazie. L’Italia sarà tuttavia, su invito francese, ospite d’onore al Salone del libro di Parigi del 2021.

Jurassic Park o Silicon Valley del populismo?
Il fondatore e animatore del Think-tank VoltaItalia, ha presentato “Les Ingénieurs du Chaos” (Lattes), un pamphlet non ombelicale, a prevalente uso degli osservatori transalpini. Con lui erano presenti sulla Scène Europe diretta da Adelaïde Favre, in una table ronde su Les démocraties européennes à l'épreuve du populisme , la co-fondatrice di En Marche! Astrid Panosyan, lo storico Christophe Charle e lo scrittore austriaco Robert Menasse (“l'Europa è il Jurassic Park della politica mondiale”) che, dopo un'immersione di sei anni al Parlamento europeo (come osservatore), nel 2017 ha vinto il prestigioso Deutscher Buchpreis con “La Capitale”, reportage letterario grottesco, iperrealista e burlesque di Bruxelles, insieme distopia e utopia dell'Europa possibile.

Per Da Empoli, che parla anche di cose di casa nostra (”l'Italia è la Silicon Valley del populismo”), il problema non è tanto il caos (fenomeno di per sé sempre interessante) in cui versano il nostro Paese e l'intero Continente ma i suoi ingegneri, coloro che non ricompongono il disordine per dar vita a nuovi dispositivi (dadaismo politico o follia creativa), ma lo redistribuiscono alla società, tale e quale, per generare mediocrità, paure ed equivoci. Non serve altro, per far scoppiare tempeste di fuoco. Che, come la Storia insegna, partono sovente dalla periferia dell'Europa (e tale ora siamo, hélas), si accendono nelle cantine e nei solai per arrivare a lambire i salotti, senza a quel punto risparmiare nulla.

    Robert Menasse e Giuliano Da Empoli al Salone del libro di Parigi (Foto Riccardo Piaggio)

    Lirica del Reale
    Nel pomeriggio è arrivato l'altro grande atteso ospite italiano, Erri De Luca (autore Gallimard in uscita con Le tour de l'oie), con un Grand entretien moderato dall'amica giornalista Raphaëlle Rérolle, responsabile del supplemento Culture et Idées di Le Monde; pronti per un dialogo sui temi fondanti della letteratura e della vita dell'autore, che in Francia viene (giustamente) considerato un intellettuale irregolare ed ha dunque dignità di parola, oltre la carta. Erri De Luca, con l'ultima opera presentata ora al Salone offre ai lettori francesi un nuovo sguardo narrativo, molto amato qui: Le tour de l'oie è pura auto-etnografia (autore, narratore e osservatore coincidono), a metà strada tra il teatro e la diaristica intima.

    Un racconto onirico sulle identità e sulle memorie immaginarie, tradite, esaudite. Il bambino con cui il narratore dialoga (un figlio mai nato eppure finalmente compiuto), a cui l'autore trasmette la propria intima memoria, è un Pinocchio che non può dire bugie, perché si gioca tutto nelle ali di carta del libro, tra la copertina e la quarta. Come in tutti i racconti vocati a mantenersi agili nel tempo, anche qui la narrazione diventa liturgica e tridimensionale: vita, parola e pensiero costituiscono gli assi dell'universo possibile dell'autore, il suo verbale per i posteri.

    Salon 2020, verso un Umanesimo militante?
    Il Salon du Livre di Parigi, diretto da Sébastien Fresneau, è stato creato nel 1981 dal Syndicat National de l'Édition. Presieduto dal 2012 da Vincent Montagne, nipote di Francois Michelin, editore umanista del colosso Média Participations (Guides Michelin, Famille Chrétienne e ora La Martinière Group con le edizioni Le Seuil), la manifestazione racconta bene la considerazione che la Francia esprime per l'editoria: sono oltre duecentomila i visitatori dell'edizione, con oltre cinquecento realtà editoriali presenti e duecentocinquanta dibattiti. E proprio a Montagne e al SNE si deve la presenza (definita all'ultimo) degli unici italiani presenti, attraverso la curatela di chi scrive, con l'augurio che, dal prossimo anno, gli umanisti del Paese dell'umanesimo siano molti di più.

    E così è in corso questa edizione, dotata di una certa vitalità cartesiana e illuminista, come piace a Parigi e alla Francia. In questo il Salon rispecchia coerentemente la propria vocazione al dibattito, che qui è libero davvero ed è una forma, in sé anche letteraria, di resistenza sociale: agli scrittori e agli intellettuali, francesi e stranieri, qui viene concessa sovente la formula della carta bianca, anche quando non coincide con quella bagnata d'inchiostro delle loro opere.

    Quanto al resto del Continente, sono passati oltre settant'anni da un monito che sembra scritto oggi e ci suggerisce, per la seconda volta, un nuovo vestito sociale, prima della fine del mondo: “in ogni umanesimo c'è un elemento di debolezza che va congiunto col suo disprezzo del fanatismo, con la sua tolleranza e col suo amore del dubbio, insomma con la sua naturale bontà, e che in certe circostanze può diventargli fatale. Ciò che oggi sarebbe necessario è un umanesimo militante, un umanesimo che scopra la propria virilità e si saturi della convinzione che il principio della libertà, della tolleranza e del dubbio non deve lasciarsi sfruttare e sorpassare da un fanatismo che è senza vergogna e senza dubbi. Se l'umanesimo europeo è diventato incapace di una gagliarda rinascita delle sue idee; se non è più in grado di rendere la propria anima consapevole di se stessa in una pugnace alacrità di vita, andrà in rovina e ci sarà una Europa, il cui nome non sarà più che un'espressione storica e da cui sarebbe meglio rifugiarsi nella neutralità fuori del tempo.”

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