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Salone del Mobile 2019, l’essenza dell’arredo-design in 10 icone storiche

di Giovanna Mancini


Italia leader europeo della Design Economy

4' di lettura

Alla fine degli anni Sessanta tre giovani designer – Piero Gatti, Cesare Paolini e Franco Teodoro – si presentarono da Aurelio Zanotta per proporgli di realizzare insieme una poltrona a partire da un sacco di plastica da riempire con l’acqua, capace di adattarsi alla posizione del corpo assumendo forme diverse. Il giovane imprenditore, sensibile alle sollecitazioni sperimentali dell’epoca, ma concreto e lungimirante come si conviene a un bravo uomo del fare brianzolo, colse la portata rivoluzionaria del progetto e le sue potenzialità, ma convinse i designer a imbottire il sacco con pallini di polistirolo espanso, un materiale che garantiva le caratteristiche di adattabilità e mutevolezza a cui puntavano, ma che consentiva al tempo stesso una produzione in serie e una collocazione sul mercato.

Creatività visionaria e concretezza imprenditoriale. Testa tra le nuvole e piedi ben radicati a terra. È l’equilibrio tra questi due elementi che fa di un oggetto un’icona di design. Anche se ogni epoca ha un suo criterio di attribuire iconicità alle cose, come fa notare J oseph Grima, direttore del Museo del design italiano che inaugura domani alla Triennale di Milano. In occasione del Salone del Mobile che apre martedì, abbiamo pensato di selezionare dieci oggetti di arredamento che del design hanno fatto la storia, facendoci aiutare dallo stesso Grima e da Domitilla Dardi, curatrice per il Design del Museo MAXXI di Roma.

Le 10 icone che hanno fatto la storia del design

Le 10 icone che hanno fatto la storia del design

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«Comincerei andando indietro nel tempo fino al 1859, quando Michael Thonet progettò la sedia Modello numero 14», dice Dardi. Un oggetto imprescindibile per il design, per quell’intuizione geniale di lavorare sul concetto di riduzione e per la capacità di Thonet di guardare ad altri settori produttivi e fare un “transfer tecnologico”, proprio come fanno i designer contemporanei. Thonet utilizzò infatti una tecnica di curvatura del legno che era usata per fare le botti o le centine delle navi.

Di tutt’altro impatto visivo – eppure frutto anch’essa di un lavoro di sottrazione – è la chaise longue Barcelona progettata nel 1929 da Ludwig Mies van der Rohe e realizzata da Knoll. Un vero ponte temporale, dice Dardi, un «trono contemporaneo» pensato per ospitare i reali di Spagna all’Expo di Barcellona, che ricorda nell’imbottitura le antiche sedute di re e imperatori, ma è assolutamente contemporanea nell’impatto visivo, grazie alla struttura di sostegno leggera e minimale. Nella stessa direzione di studio sulla tradizione per innovarla radicalmente si inserisce la Superleggera di Gio Ponti per Cassina (1955) che, spiega Grima, prende «l’archetipo della sedia Chiavarina e lavora per sottrazione, sperimentando l’uso del frassino per ottenere un oggetto solido, ma dal peso di appena 1,7 chili». Ricorrere a materiali o tecnologie proprie di altri mondi è un elemento che accomuna molti pezzi di design che hanno fatto la storia. Quasi cento anni dopo Thonet un altro maestro, Marco Zanuso, prese in prestito dalla Pirelli gommapiuma e nastri elastici e diede vita alla poltroncina Lady di Arflex. Era il 1951 e l’Italia era in pieno boom economico, nota Joseph Grima: la Lady è un’icona perché racchiude l’attitudine alla sperimentazione e alla contaminazione di un mondo imprenditoriale in fermento.

Su un terreno analogo si muove la lampada Toio progettata dai fratelli Achille e Pier Giacomo Castiglioni nel 1962 per Flos, che parte «da un’idea di assemblage di elementi già presenti nella produzione industriale», spiega Dardi. Lo stelo si ispira a una canna da pesca, mentre la lampadina è un faro di automobile, che proietta la luce sul soffitto. Restando in tema di luce, un altro oggetto senza tempo è la Eclisse disegnata da Vico Magistretti per Artemide nel 1965: negli anni della «corsa allo spazio», questa piccola lampada da tavolo ha qualcosa che rimanda alle forme dei pianeti. Eppure l’ispirazione, spiega Grima, nasce dalle lanterne dei minatori e lavora su forme semplici, una semisfera come base di appoggio e due calotte che consentono di regolare la luce manualmente.

E siamo ormai agli anni delle contestazioni e dei grandi cambiamenti socio-culturali a cui appartiene la seduta Sacco da cui siamo partiti. Nel 1966 è ancora una volta una seduta – il Pratone di Giorgio Ceretti per Gufram – a segnare la storia del design: «Dal punto di vista produttivo entrano in scena i materiali polimerici – continua Grima – e da quello estetico le influenze della Pop Art. Il risultato è dirompente: cambia la modalità di fruizione delle sedute, che si adattano al corpo e non più viceversa».
Un altro spartiacque arriva nel 1981 con le creazioni di Ettore Sottsass per Memphis:
tra queste citiamo la libreria Carlton e il cabinet Casablanca: mobili come sculture, che coniugano temi pop e riflessioni ancestrali, e introducono nuovi materiali sperimentali. È ancora una libreria, nel 1994, a segnare un ulteriore passaggio chiave: la Bookworm di Ron Arad per Kartell. «Entra nel mondo industriale un progetto che nasce come sperimentazione – spiega Dardi –. Un fenomeno sempre più frequente nel design contemporaneo».

E oggi? Il design ha detto tutto, come sostengono alcuni, o possiamo ancora aspettarci l’avvento di nuove icone? «Credo molto nelle potenzialità della sperimentazione sui materiali – conclude Dardi – e credo che le novità capaci di segnare un’epoca arriveranno da quel fronte». «Se oggi volessimo trovare un’icona in un oggetto rischieremmo il fallimento – osserva Joseph Grima –. Oggi forse le icone non vanno più cercate negli oggetti ma nelle idee stesse, nei progetti o in qualcosa di più astratto ancora».

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