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Salta la trattativa con Spes, futuro di nuovo a rischio per la Pernigotti

A un passo dal fallimento il piano di salvataggio promosso dal leader M5S Luigi Di Maio: in stand by anche la definizione del contratto per la cessione della divisione Pernigotti che produce semilavorati per gelateria e pasticceria

di R.E.I.


Pernigotti, le fasi della crisi del produttore del Gianduiotto

3' di lettura

Torna in alto mare il salvataggio della Pernigotti, la nota azienda di Novi Ligure (Alessandria) specializzata nella produzione di gianduiotti e torroni chiusa dal novembre scorso. A pochi giorni dalla firma definitiva del contratto, prevista per il 30 settembre, e a meno di una settimana dall'incontro al Mise, il gruppo turco Toksoz che detiene lo storico marco dolciario ha comunicato alla cooperativa torinese Spes il recesso dal preliminare stipulato a inizio agosto per il comparto cioccolato-torrone. intesa che avrebbe permesso la ripartenza della produzione scongiurando l'esubero dei dipendenti.

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Piano di salvataggio del Mise a rischio
In stand by - dopo l'annullamento dell'incontro in programma tra la propretà turca e l'imprenditore Giordano Emendatori - anche la definizione del contratto per la cessione della I&P, la divisione Pernigotti che produce semilavorati per gelateria e pasticceria. Uno sviluppo che rischia di far naufragare su tutti i fronti il piano di salvataggio della fabbrica, annunciato a inizio agosto dall'allora ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio. «Come amministrazione non possiamo fare altro, con disappunto, che prendere atto dei mancati accordi. Per noi la priorità resta sempre il mantenimento dei posti di lavoro, a prescindere dal marchio», fa sapere il sindaco di Novi Ligure, Gian Paolo Cabella. Quella in corso, conclude, «resta comunque una trattativa tra privati e possiamo fare ben poco. Mi auguro che il 2 ottobre riesca di nuovo ad avviare una trattativa».

GUARDA IL VIDEO: Di Maio annuncia l'accordo che salva Pernigotti: nessun esubero

Coldiretti contro «il circolo vizioso della delocalizzazione»
Per il presidente della Coldiretti Ettore Prandini il fallimento delle trattative tra il gruppo Toksoz, che è anche il maggior produttore mondiale di nocciole, e Spes è «il risultato del circolo vizioso della delocalizzazione». Un perocorso «che inizia con l'acquisizione di marchi storici del Made in Italy, continua con lo spostamento all'estero delle fonti di approvvigionamento della materia prima agricola e si conclude con la chiusura degli stabilimenti con effetti sull'occupazione e sull'economia nazionale dal campo alla tavola». L'importazione di nocciole dalla Turchia in Italia - sottolinea Coldiretti - «è aumentata del 18% nel 2018 per un totale di 31,5 milioni di chili secondo l'Istat, nonostante i numerosi allarmi scattati per gli elevati livelli di aflatossine cancerogene». Anche per questo, conclude Prandini, l'Italia «deve difendere il proprio patrimonio
agroalimentare che ha portato in mani straniere tre marchi storici del Made in Italy alimentare su quattro». E «portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l'obbligo di indicare in etichetta l'origine su tutti quegli alimenti ancora "anonimi", a partire da quelli trasformati, come nel caso delle nocciole utilizzate nell'industria dolciaria».

In forse il futuro di 150 lavoratori
«Avevamo capito, pur non ricevendo nessuna informazione ufficiale, che l'accordo tra Emendatori e Pernigotti fosse gravemente compromesso - ha dichiarato il presidente della Spes, Antonio Di Donna dopo l'annuncio del recesso - ma speravamo che si trovasse una soluzione e che comunque l'accordo tra Pernigotti e Spes, non avendo evidenziato criticità, si potesse chiudere nel rispetto degli impegni sottoscritti». Dopo che per settimane gli advisor e i legali di entrambe le società hanno lavorato per arrivare alla stesura definitiva del contratto, il 27 settembre Toksoz ha comunicato ufficialmente il recesso, che rimette in forse il futuro dello stabilimento di Novi Ligure e dei suoi lavoratori, circa 150.

Attesa per l'incontro al Mise
La cooperativa Spes sarà comunque presente alla riunione del Mise, in agenda per il 2 ottobre a Roma, «per rispetto dei lavoratori e delle istituzioni». «In tale occasione ci aspettiamo di capire le reali ragioni che hanno portato Pernigotti a chiudere la trattativa anche con noi», ha sottolineato poi Di Donna, che resta convinto della validità di un progetto «il cui valore sociale - fa notare - mette al centro l'interesse di una comunità più che dei singoli e che rappresenta una vera opportunità per il rilancio del sito Pernigotti di Novi Ligure. L'impresa sociale Spes non si è tirata indietro e se ci saranno i presupposti è disponibile a riaprire la trattativa - ha quindi concluso - purché si definisca un percorso seriamente volto alla reindustrializzazione con impegni e tempi certi a tutela di tutti i soggetti coinvolti».

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