ServizioContenuto basato su fatti, osservati e verificati dal reporter in modo diretto o riportati da fonti verificate e attendibili.Scopri di piùil piano b dei sauditi

Saltata l’Ipo, Aramco «gira» a Riad 69 miliardi per Sabic, sposando petrolio e chimica

di Sissi Bellomo


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(Imagoeconomica)

3' di lettura

Accantonata quella che doveva essere l’Ipo del secolo, Saudi Aramco procede come previsto al «piano B», iniettando 69,1 miliardi di dollari nelle casse del fondo sovrano di Riad in cambio del 70% del gigante della chimica Sabic.

Il valore dell’operazione straccia ogni record in Medio Oriente, fanno notare le agenzie di stampa, anche se i paragoni con le normali attività di M&A non reggono: la fusione – benché non priva di senso in termini di sinergie – assomiglia molto a un matrimonio tra consanguinei, combinato in ogni dettaglio dalla casa reale.

I Saud hanno deciso l’opportunità, i tempi e probabilmente anche il prezzo di acquisto, che Aramco finanzierà almeno in parte a debito, rendendo l’operazione qualcosa di più di una partita di giro tra entità dello Stato.

La compagnia petrolifera ha già in programma un’emissione obbligazionaria internazionale – la prima nella sua storia e forse anche la prima di una serie – che dovrebbe essere effettuata nel prossimo trimestre.

Il collocamento del bond, per cui sono state arruolate JpMorgan, Morgan Stanley, Citi ed Hsbc, è atteso con ansia non solo negli ambienti della finanza. Con la pubblicazione del prospetto infatti si alzerà il velo su molti dettagli finora ignoti del bilancio di Saudi Aramco, compresa la valutazione ufficiale delle riserve di petrolio: un’esercitazione di trasparenza simile a quella che sarebbe stata necessaria con la quotazione in Borsa.

L’Ipo ufficialmente non è stata cancellata, ma solo rinviata: i sauditi ora parlano del 2020-2021, sostenendo che prima bisogna completare l’integrazione di Sabic. In realtà lo sbarco su un listino straniero ha probabilmente rivelato difficoltà superiori alle attese di Riad, oltre che evidenziare un eccesso di ambizione da parte del principe ereditario Mohammed bin Salman, che per Saudi Aramco aspirava a una valutazione di mille miliardi di dollari.

La casa reale ha dovuto trovare un sistema alternativo per finanziare Vision 2030, il piano del principe per diversificare l’economia, e per foraggiare una spesa pubblica resa elefantiaca dalle campagne militari e dall’elargizione di sussidi a pioggia. Di qui il «piano B»: mettere insieme Saudi Aramco e Sabic, ottenendo in cambio quasi 70 miliardi di dollari per il Public Investment Fund (Pif), che si sommano alla liquidità che Riad sta raccogliendo – con notevole successo – mediante frequenti emissioni di bond sovrani.

La fusione tra i due gioielli del petrolio e della chimica saudita ha comunque una logica industriale forte e indiscutibile, in un mondo ormai incamminato verso la decarbonizzazione: mentre il petrolio inizia a perdere terreno nel settore dei trasporti (benché in modo molto graduale, specie se si allarga lo sguardo a camion, navi e aerei), la petrolchimica promette di rimanere a lungo una solida roccaforte per il combustibile .

Il ceo di Saudi Aramco, Amin Nasser, tempo fa aveva descritto con chiarezza le strategie per il futuro, cui l’integrazione di Sabic avrebbe dato una marcia in più: «Dal punto di vista strategico calza a pennello con la nostra aspirazione di un maggiore coinvolgimento nel downstream e spostarci di più verso la chimica ci aiuterà con l’impronta di carbonio».

Aramco ha un piano di investimenti da 500 miliardi di dollari per i prossimi dieci anni, gran parte dei quali sono destinati – oltre che ad accrescere la produzione di gas – a rafforzare le attività petrolchimiche e più in generale ad espandersi nella chimica, anche con altre acquisizioni, dopo quella di Sabic. La compagnia, che già da anni sta investendo in raffinerie, punta raddoppiare la capacità di lavorazione del greggio entro il 2025.

«Ci espanderemo sia in Arabia Saudita che all’estero, nelle aree a maggior crescita – afferma Nasser – L’obiettivo è arrivare a trasformare in prodotti petrolchimici 2 o 3 milioni di barili di greggio al giorno (fino a un quarto di quanto oggi Aramco è in grado di produrre, NdR) ».

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