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Salumi, la carne suina a prezzi record mette in crisi i produttori

La peste che ha colpito gli allevamenti in Cina ha fatto salire il costo della materia prima del 40%, ma la Gdo si rifiuta di rivedere i listini

di Micaela Cappellini


Nel 2020 exploit a tavola di carne vegetale e canapa

4' di lettura

Costa caro ormai, produrre il prosciutto e il salame. Rispetto soltanto a inizio anno, costa oltre il 40% in più. Colpa della peste suina, che in Cina ha falcidiato 200 milioni di maiali. Così, i cinesi hanno cominciato a rifornirsi di carne suina nel resto del mondo, e i prezzi della materia prima sono schizzati alle stelle.

«Se le condizioni di mercato non miglioreranno sensibilmente nei prossimi mesi, già a partire da marzo almeno il 30% delle nostre imprese del comparto dei salumi si troveranno in una situazione di difficoltà economica e finanziaria», aveva detto Nicola Levoni, il presidente di Assica, quando un mese fa aveva riunito d’urgenza gli stati generali del settore per lanciare l’allarme e chiedere l’intervento urgente delle istituzioni.

L’industria degli insaccati in Italia vale circa 8 miliardi di fatturato, conta 900 aziende, dà lavoro a circa 30mila addetti. Per l’industria della trasformazione, il costo della materia prima rappresenta dal 50 al 75% del costo totale di produzione. Incrementi come quelli che si stanno registrando dall’inizio dell’anno sono insostenibili. E no, le cose non sono destinate ad andare meglio nei prossimi mesi. Lo ha scritto nero su bianco Rabobank, la banca che da anni fa report sul comparto delle carni: la crisi della peste suina durerà se va bene altri due anni, se va male altri cinque.

I dubbi delle banche
«Quale banca sarà disposta a finanziarci, con delle premesse così? La vera crisi per il settore rischia di diventare una crisi finanziaria», sbotta Giulio Gherri, ad di Terre Ducali, un produttore medio-piccolo di salumi alle porta di Parma. Una trentina di milioni di fatturato, una discreta propensione all’export e tanta preoccupazione: «Le banche dalle nostre parti cominciano davvero a chiedersi se le imprese del comparto salumi saranno in grado di restituire i prestiti grazie ai quali si finanziano – racconta – e ormai i magazzini pieni di salami e di prosciutti non vengono più considerati un asset, ma un peso. E in questi giorni c’è già chi ha cominciato a produrre di meno: non perché non c’è domanda, ma perché non c’è la capacità di finanziare la produzione».

Insomma, la crisi del comparto nasce dalla materia prima e rischia di finire in un crisi di liquidità. «Per questo – sostiene Gherri – la prima cosa che lo Stato dovrebbe fare è creare un fondo di garanzia per sostenere le imprese che non ce la fanno con le banche».

I finanziamenti sono una minaccia soprattutto per i piccoli, e le Pmi in questo comparto sono la maggioranza. Ma anche le grandi aziende in questo momento hanno le loro gatte da pelare: «Non vedevo una crisi delle materie prime così da cinquant’anni – ammette Michele Fochi, direttore della Business Unit Salumi alla Galbani – noi abbiamo retto bene per qualche mese perché siamo una grande azienda diversificata, ma ora subiamo anche noi rincari della materia prima che sono arrivati anche al 50-60% in più in un anno».

La resistenza della Grande distribuzione
Se l’aspetto finanziario è la spada di Damocle del settore, l’ostacolo più grosso si chiama Gdo: «L’unico modo che abbiamo per ammortizzare l’aumento dei costi di produzione è quello di aumentare il prezzo di vendita dei salumi – dice Fochi – peccato che la grande distribuzione sia contraria. Ad aprile abbiamo avanzato la prima richiesta di aumento del prezzo, da allora ne abbiamo fatte altre tre, e ancora non abbiamo portato a casa la prima». Qualche catena si mostra più sensibile di altre ad adeguare i listini, «ma i discount sono tutti contrari», dice Fochi. Il risultato è che i prezzi riconosciuti ai produttori ad oggi sono inadeguati.

Export in calo e Brexit
Oltretutto, a mettere in difficolta il comparto in Italia ci sono altri fattori. Per la prima volta, da anni, nel primo semestre del 2019 le esportazioni sono calate in volume dello 0,8%. E al difficile quadro internazionale, si aggiunge anche il calo dei consumi interni, che dopo il rimbalzo positivo del 2017 l’anno scorso sono diminuiti dello 0,9%. Anche la Brexit è una minaccia per il comparto dei salumi made in Italy: in caso di No Deal, infatti, i nostri insaccati saranno tra quelli soggetti a dazio.

Nessuno, in Europa, è esente dagli effetti a cascata della peste suina cinese. In Spagna e in Francia, però, è la legge a regolamentare i prezzi all’interno della filiera dei salumi: quando il prezzo della materia prima sale troppo, i trasformatori possono chiedere alla Gdo di rivedere i prezzi al consumo. Ecco perché il presidente di Assica, Nicola Levoni, chiede che anche in Italia venga istituito un tavolo interministeriale.

Gli allevatori respirano
Oggi, chi alleva maiali è l’unico anello della catena avvantaggiato: ma siccome in passato hanno subito anni di crisi e di prezzi bassi anche gli allevatori, forse arrivare ad accordi di filiera farebbe comodo a tutti. A fine novembre, intervenendo agli stati generali dell’Assica, la ministra dell’Agricoltura Teresa Bellanova aveva promesso la convocazione di un tavolo di filiera. Ma al momento, di questo tavolo, non c’è traccia.

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