origine della materia prima

Salumi, l’etichetta made in Italy aiuta la filiera. Ma la carne basta per il 60% della produzione

Il lockdown e la chiusura del canale Horeca (bar e ristoranti) hanno fatto crollare la domanda interna del 20% durante i primi mesi dell’anno.

di Alessio Romeo

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Il lockdown e la chiusura del canale Horeca (bar e ristoranti) hanno fatto crollare la domanda interna del 20% durante i primi mesi dell’anno.


3' di lettura

Una questione non solo di etichetta. L’introduzione dell’obbligo di indicare l’origine della materia prima per le carni suine trasformate, prevista dal decreto interministeriale firmato questa settimana dai ministri delle Politiche agricole, dello Sviluppo economico e della Salute, rilancia il dibattito sul “vero” Made in Italy in un settore simbolo della filiera agroalimentare come quello dei salumi. Un provvedimento che potrà contribuire al rilancio di un comparto messo a dura prova dall’impatto della pandemia su ristorazione e consumi, ma anche dal dimezzamento dei prezzi all’origine pagati ai produttori dall’inizio dell’emergenza.

Il primo aspetto da chiarire per capire l’importanza del decreto per la filiera è quello relativo alla differenza tra l’origine del prodotto e quella della materia prima, ovvero l’ingrediente principale utilizzato nel processo di trasformazione, dove sta buona parte del “saper fare” del Made in Italy alimentare. Per fare un esempio, mutuato da un altro settore simbolo dell’italianità nel mondo come la moda, nessuno si sognerebbe di dire che un capo non è italiano in base alla provenienza della stoffa. Ma l’agroalimentare non è un settore come gli altri e sul tema anche l’Europa si prepara, con i suoi tempi, ad adeguare la normativa sull’etichetta.

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Assica: i salumi prodotti nel nostro Paese sono italiani a tutti
gli effetti, a prescindere dalla materia prima

«L’origine del prodotto – spiega Davide Calderone, direttore di Assica, l’associazione degli industriali delle carni e dei salumi – deriva dal luogo in cui l’alimento ha subito l’ultima trasformazione sostanziale, in base al regolamento Ue del 2013 sull’origine doganale. I salumi prodotti nel nostro paese sono italiani a tutti gli effetti, a prescindere dalla materia prima utilizzata». In base al decreto però la dicitura “100% italiano” sarà utilizzabile solo quando la carne è proveniente da suini nati, allevati, macellati e trasformati in Italia.

In ogni caso, aggiunge Calderone, «le aziende della salumeria sono da sempre favorevoli alla trasparenza delle informazioni fornite al consumatore, come dimostrato dai molti esempi di indicazione volontaria dell’origine della materia prima da parte dei nostri produttori». Un’indicazione che non è però collegata alla sicurezza alimentare del prodotto finito: «La normativa in materia di sicurezza ha origine comunitaria ed è applicata con rigore da parte delle aziende. La sicurezza è un valore imprescindibile ed è garantita indipendentemente dalle indicazioni in etichetta».

La dipendenza dall’estero

D’altra parte l’industria utilizza già tutta la materia prima nazionale disponibile, che non è sufficiente a coprire il fabbisogno per la produzione di salumi. Per le carni suine il tasso di autoapprovvigionamento è pari a circa il 62-63%; nel 2019 le importazioni di carni suine fresche e congelate sono ammontate a poco meno di un milione di tonnellate e il saldo con l’estero è stato negativo per 860mila tonnellate.

La stessa Coldiretti, l’organizzazione agricola che per prima si è battuta per la trasparenza delle etichette, divenuta ora una priorità degli interessi italiani da tutelare nei negoziati europei in ambito agricolo, sottolinea come l’Italia sia diventata dipendente dall’estero per circa il 25% della produzione agricola: il grado medio di autoapprovvigionamento è sceso a circa il 75% con deficit variabili per quasi tutti i prodotti agricoli, dalla carne al latte fino ai cereali ad eccezione solo per vino, frutta e carni avicole.

Norcineria un settore da 20 miliardi

Per questo, sottolinea il presidente della Coldiretti, Ettore Prandini, «in un momento difficile per l’economia dobbiamo portare sul mercato il valore aggiunto della trasparenza con l’obbligo di indicare in etichetta il paese d’origine di tutti gli alimenti. L’Italia ha la responsabilità di svolgere un ruolo di apripista in Europa, anche sfruttando le opportunità offerte dalla storica apertura dell’Ue all’obbligo dell’origine nell’ambito del Green New Deal. La norcineria è un settore di punta nazionale che contribuisce al prestigio del made in Italy nel mondo grazie al lavoro di circa centomila persone tra allevamento, trasformazione, trasporto e distribuzione con un fatturato che vale 20 miliardi».

Effetto lockdown

Nei primi tre mesi del 2020 però, come emerso all’assemblea annuale di Assica (che ha chiuso il 2019 con un fatturato di 8,13 miliardi), il lockdown e la chiusura del canale Horeca (bar e ristoranti) hanno portato a un crollo della domanda interna del 20%, compensato da una tenuta dell’export, cresciuto in valore di oltre il 10% a 385,6 milioni. Mentre è proseguito il buon andamento delle vendite nella Gdo, cresciute tra febbraio e maggio dell’8,5% in valore, il rallentamento delle macellazioni ha raggiunto il 14% con punte del 20% a febbraio.

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