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Salumi, meno vaschette: le famiglie tornano a comprare di più al banco

A maggio 5,3 miliardi di vendite annue per gli insaccati (+9,5% sul 2019). Prezzo medio in salita del 4% e promozioni in riduzione

di Manuela Soressi

(Imagoeconomica)

2' di lettura

Meno affettati in vaschetta take away e più acquisti al banco taglio. La “spending review” applicata dalle famiglie italiane al carrello della spesa non ha risparmiato neppure i salumi, una delle colonne dell'universo degli alimenti freschi in Italia. Un mercato che, lo scorso maggio, è arrivato a 5,3 miliardi di euro di vendite annue in Gdo, mettendo a segno una crescita del 9,5% rispetto al 2019. E non è aumentata solo la spesa delle famiglie destinata all'acquisto di salumi (complice anche il rincaro del prezzo medio) ma sono lievitate del 5,3% anche le quantità comprate.

Se si va scandagliare da cos'è composto questo carrello della spesa, così come ha fatto Iri, allora si scopre che il post Covid ha cambiato (almeno in parte) le logiche d'acquisto di questi prodotti. «Per la prima volta, dopo anni, i salumi a peso variabile sono cresciuti, sia a valore che a volume (+2% circa), e quelli a peso imposto hanno subìto un rallentamento, in particolare nelle quantità vendute (-0,3%) – spiega Paolo Lasalvia, business insights director di Iri –. Un trend causato da diversi fattori, come il ritorno del consumatore al banco taglio e l'aumento della frequenza di visita dei punti di vendita che ha reso meno determinante l'effetto scorta».

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Ma è soprattutto il fattore risparmio a farsi sentire. A fronte di un prezzo medio in salita del 4% e di una promozionalità in riduzione (soprattutto nei discount), i consumatori hanno trovato il modo di risparmiare. Come? Rinunciando ai più costosi salumi take-away e mettendosi in fila ai banchi serviti, dove si trovano prezzi più convenienti. Ma anche cambiando il tipo di negozio dove acquistare i salumi.

Se il supermercato resta il canale d'elezione (60% del sell out totale) e nell'ultimo anno ha aumentato le vendite di salumi di 82 milioni di euro, il discount ha guadagnato spazio. È stato il secondo format distributivo in termini di contribuito alla crescita dei salumi a peso imposto, incassando 68 milioni di euro in più e raggiungendo il 18% di quota di mercato.

La lotta al caroprezzi ha spinto gli italiani a cambiare anche il mix dei salumi acquistati. «In questa prima parte del 2022 abbiamo registrato la flessione dei prodotti a denominazione, e in particolare di quelli Dop, penalizzati dall'indice di prezzo piuttosto elevato» precisa Lasalvia.

Un brutto colpo per le tante aziende che hanno puntato su queste produzioni tutelate, che rappresentano il fiore all'occhiello della tradizione salsamentaria italiana. E anche un business coi fiocchi. Infatti, l'ampliamento e la diversificazione dell'offerta avvenute negli ultimi anni, hanno portato le denominazioni d'origine a superare gli 1,3 miliardi di euro di sell-out, ossia il 25% del giro d'affari totale realizzato dai salumi in Gdo.

Ma siccome l'italianità nei salumi è un valore a cui non si rinuncia, ecco che i consumatori si sono spostati sui salumi presentati sulle confezioni con il claim “100% italiano”. Grazie a un aumento annuo del 3,2%, solo nel segmento dei salumi a peso imposto questi prodotti sono arrivati a 356 milioni di euro di vendite, raggiungendo una quota del 17,6%, due punti in più rispetto al 2019.

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