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Salva la falsa Ferrari Dino esposta al museo della contraffazione: non va distrutta

Dopo 14 anni di battaglie giudiziarie la casa del Cavallino rampante perde definitivamente in Cassazione. Le Dogane possono esporre la falsa auto anni 50 senza però il famoso logo

di Patrizia Maciocchi

Le Dogane battono Ferrari in Cassazione: salvata dalla rottamazione falsa “Dino” degli anni ’50

3' di lettura

Via libera all’esposizione nel museo della contraffazione delle Dogane di una Dino Ferrari degli anni 50 falsa «come esempio delle raffinate capacità emulative manifestate dal contraffattore». Dopo 14 anni di battaglie legali la casa di Maranello perde un braccio di ferro giudiziario, iniziato nel 2008, per ottenere la distruzione della copia di una Ferrari Dino 196/246. Un’auto confiscata al porto di Genova quando era in procinto di lasciare l’Italia per gli Usa e assegnata, in un secondo momento, all’Agenzia delle Dogane. A far scattare la querelle tra il Cavallino rampante e le Dogane l’intenzione dell’Agenzia di esporre al museo della contraffazione, tra borse, vestiti e stampanti 3D, anche la riproduzione del raro modello creato a Maranello nel ’58.

La prima sentenza della Cassazione

La battaglia nelle aule di giustizia è andata avanti per anni, fino alla sentenza della prima sezione della Cassazione che, nell’ottobre 2020, aveva annullato con rinvio un verdetto favorevole alla Ferrari e dunque alla distruzione dell’auto rossa e accolto la richiesta di assegnazione definitiva del bene alle Dogane. In quell’occasione la Suprema corte aveva ricordato che l’assegnazione in sede di confisca all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli è consentita dall’articolo 16 della legge 99/2009. Norma che «prevede l’affidamento ad altri organi dello Stato ovvero ad altri enti pubblici non economici per finalità di giustizia, di protezione civile o di tutela ambientale». In più i giudici avevano sottolineato che i beni confiscati sono distrutti solo quando gli enti o gli organi legittimati a farlo non ne chiedono l’assegnazione. Ma non era questo il caso. I giudici di legittimità avevano dunque chiesto al giudice dell’esecuzione di fissare le modalità per assicurare che l’Agenzia delle dogane potesse mettere in mostra l’auto per interessi di giustizia e di lotta alla contraffazione.

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I diversi interessi in gioco

Un via libera all’esposizione della Dino Ferrari, ferma restando l’impossibilità di farla circolare. Contro l’ordinanza del giudice di merito è scattato il nuovo ricorso di Maranello, respinto oggi definitivamente dalla Cassazione con la sentenza 21489. Ad avviso della difesa della “Rossa” non erano stati tutelati gli interessi della Casa automobilistica, il cui ricorso era stato respinto sulla base di motivazioni contraddittorie. Da un parte il giudice dell’esecuzione aveva escluso che la scocca dell’auto contraffatta fosse direttamente riconducibile alla modello Ferrari, per poi affermare che l’esposizione della vettura sarebbe funzionale agli scopi dichiarati dell’Agenzia delle Dogane, considerato il falso modello «sintomatico delle raffinate capacità emulative manifestate dal contraffattore». Per gli avvocati di Maranello una contraddizione: non si comprende come si possano percepire le raffinate capacità emulative, se lo stesso giudice, considera non identificabili i tratti dell’originale. Con una requisitoria scritta il Procuratore generale della Cassazione aveva chiesto di accogliere il ricorso del Cavallino rampante, mentre contro si era schierata l’Avvocatura dello Stato.

Va solo tolto il marchio Ferrari

La Suprema corte dà ancora una volta torto a Maranello, considerando ben equilibrata la tutela dei contrapposti interessi in gioco: il punto di caduta sta nell’assegnare definitivamente la vettura alle Dogane per scopi didattico espositivi. La sola condizione posta all’Agenzia è la rimozione e la distruzione delle targhette con il marchio contraffatto Ferrari. La soluzione individuata, conclude la Cassazione, scongiura il rischio che circoli il modello taroccato, grazie all’esposizione «sine die» al pubblico del marchio falso, e al tempo stesso, garantisce lo scopo di giustizia perseguito dall’Agenzia delle Dogane.

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