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Salva Stati, il M5S più vicino al sì ma attende un segnale da Conte

Il Pd in pressing: «Ogni giorno sprecato è imperdonabile». I dati sui contagi impongono scelte rapide e il no granitico dei pentastellati degli scorsi mesi si è ammorbidito

di Manuela Perrone

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Il Pd in pressing: «Ogni giorno sprecato è imperdonabile». I dati sui contagi impongono scelte rapide e il no granitico dei pentastellati degli scorsi mesi si è ammorbidito


4' di lettura

Incassato il doppio sì degli iscritti su Rousseau alle alleanze con i «partiti tradizionali» e all’addio al tetto dei due mandati (per ora per i consiglieri comunali), il M5S prepara sotto traccia il via libera al Mes. Che rappresenterebbe il vero terreno d’intesa tra democratici e pentastellati: il segnale di un nuovo corso, più forte di quello che potrà ormai arrivare dalle regionali di settembre, dove soltanto per le Marche un accordo è a portata di mano. «L’utilizzo della linea di credito del Fondo Salva-Stati per affrontare le spese sanitarie legate al Covid-19 non sembra più impossibile - sostiene una qualificata fonte M5S di governo - ma adesso serve una mossa concreta del presidente del Consiglio per convincere i nostri parlamentari». In sintesi: ora tocca a Giuseppe Conte.

I timori di una seconda ondata richiedono scelete rapide

Con i numeri dei nuovi contagi da coronavirus sorvegliati speciali, il timore di una seconda ondata e la tenuta del sistema sanitario che resta in cima alle preoccupazioni di governo, regioni ed esperti, i ministri pentastellati sanno che al più presto una decisione andrà presa. Ciò non toglie che la marcia di avvicinamento sia ancora lenta. Ieri la linea ufficiale del Movimento è stata ribadita dalla vicepresidente del Senato, Paola Taverna: «Parlare di Mes dopo aver ottenuto 209 miliardi con il Recovery Fund è come guardare il dito quando qualcuno ti sta indicando la luna».

Linea M5s sempre più morbida e pressing Pd

Ma dietro la rigidità di rito c’è un ammorbidimento guardato con sospetto dai parlamentari più contrari, come Alvise Maniero o Raphael Raduzzi. Manovre che non sfuggono al Pd, tornato in pressing. In una lettera a La Stampa, ieri il segretario dem Nicola Zingaretti ha incalzato: «È una linea di finanziamento molto più vantaggiosa rispetto alla ricerca di risorse sul mercato. Ed è senza condizioni. Ogni giorno sprecato è imperdonabile». Un argomento - propugnato anche dai renziani di Iv e, nell’opposizione, da Forza Italia - che tiene insieme tutte le anime del Pd, divise tra chi, in linea col segretario, difende l’ostinata ricerca di un fronte con i pentastellati, e chi invece teme una deriva populista da parte dei dem. Come il senatore Tommaso Nannicini, che chiede una consultazione con gli elettori per verificare che siano realmente favorevoli alle alleanze con il M5S e che cita proprio il prestito del Salva-Stati (fino a 36 miliardi già disponibili per l’Italia) come esempio di un tema su cui il Pd dovrebbe farsi sentire e valere. Lo sostiene anche l’ex segretario Maurizio Martina: «Il Mes serve subito, basta propaganda e bandierine ideologiche».

L’asse ritrovato tra Grillo e Di Maio

Uno stop ai «pregiudizi» è stato invocato ieri dal deputato pentastellato Giorgio Trizzino, che già nelle scorse settimane aveva sollecitato i colleghi a soppesare «con lucidità» le condizionalità previste dai regolamenti ma soprattutto ad abbandonare le lenti dell’ideologia concentrandosi sul merito. «La questione centrale adesso è avere un progetto serio di utilizzo delle risorse», spiega Trizzino. «Dibattiamo su questo ad altissimo livello, costruiamo un modello nuovo di medicina territoriale, disegniamo una chiara strategia di investimento. Se non abbiamo un progetto, allora non chiediamolo». Non è il solo a premere per una visione laica sul Mes. Aveva già aperto il senatore Primo Di Nicola. Sono possibilisti i parlamentari filo-dem, qualche contiano, i dimaiani. L’ostacolo più grande è il fermento che continua ad agitare il Movimento. Anche se fa sperare in una maggiore unità dei gruppi parlamentari l’asse ritrovato tra il garante Beppe Grillo (il fautore più convinto del governo giallorosso e di Conte insieme al presidente della Camera, Roberto Fico) e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, che si intesta l’esito del voto su Rousseau (confidando nel disco verde del Pd, prima accordato e poi stoppato, al suo candidato sindaco a Pomigliano D’Arco, l’amico Dario De Falco), dismette per ora i panni del competitor sotterraneo del premier e lo blinda. Una tregua sancita a Palazzo Chigi nei giorni scorsi durante un faccia a faccia tra Conte e Di Maio: un riconoscimento della leadership sostanziale dell’ex capo politico nel M5S.

Il rafforzamento della fronda anti-Casaleggio

L’effetto secondario è stato il rafforzamento della fronda contro Davide Casaleggio. Alla Camera una cinquantina di deputati (tra cui lo stesso Trizzino e il presidente della commissione Affari costituzionali, Giuseppe Brescia) hanno sottoscritto il Manifesto “Parole guerriere”, sorto intorno al gruppo promosso dalla calabrese Dalila Nesci per superare la «fortissima crisi identitaria» del M5S e proporne una «ineluttabile metamorfosi». Verso la forma partito, con organi direttivi eletti a maggioranza sulla base di un programma e sedi territoriali, ma soprattutto con la donazione del simbolo e della piattaforma Rousseau all’organizzazione politica. Un colpo a Casaleggio, inviso ormai a gran parte dei parlamentari, obbligati a devolvere a Rousseau 300 euro al mese. Ma chi conosce meglio le dinamiche del Movimento, a taccuini chiusi, sostiene che «è impossibile estromettere Davide: l’ipotesi più probabile è un compromesso, con una revisione delle regole interne e un dimezzamento della quota dovuta dagli eletti». Di tutto si discuterà agli Stati generali. Dopo settembre.

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