Dibattiti

Salvare l’uomo e la cavia: diritti degli animali, no all’estremismo

La pallottola recapitata a un ricercatore torinese è un episodio di «terrorismo animalista» che nulla ha a che fare con le istanze, se poste con la dovuta correttezza, dei movimenti per la protezione degli animali

di Enrico Bucci e Gilberto Corbellini


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(Adobe Stock)

4' di lettura

Una busta, contenente una pallottola e minacce di morte, è stata recapitata a un ricercatore torinese e alla sua famiglia da parte di animalisti che denunciano come delitto una sperimentazione su alcuni macachi approvata da diversi comitati etici. I comitati etici per il controllo delle sperimentazioni con animali rilasciano le autorizzazioni solo se sono garantite condizioni di minimo disagio possibile e i risultati attesi devono essere di grande rilevanza per dei malati. Da almeno mezzo secolo il benessere degli animali è al centro dell'attenzione degli sperimentatori, che hanno chiesto, per primi, leggi rigidissime a garanzia del benessere degli animali, per cui in ogni sperimentazione che ne richieda l'uso vanno utilizzati meno possibile e limitando ogni disagio. Chi dice il contrario, immaginando abusi, non sa di cosa parla o mente per scopi di propaganda ideologica.

Le reazioni pubbliche contro l’aggressione al ricercatore torinese hanno ricordato le implicazioni tragiche per le speranze dei malati e in generale per il progresso scientifico che deriverebbero dall'accettazione delle folli idee alla base di tali comportamenti intimidatori. In realtà, il fenomeno globale dell'estremismo animalista, che sfocia non solo nel nostro paese in comportamenti di reale “terrorismo animalista”, invita a una riflessione più articolata. Intanto pensiamo che, a patto di abbandonare ogni forma di minaccia e violenza, sia del tutto legittimo sostenere tesi pur estreme sul piano degli argomenti (indipendentemente dal fatto che siano correte o errate), le quali abbiano come scopo la proibizione di qualunque atto di violenza sugli animali – dalla ricerca scientifica all'allevamento, al consumo di carne, eccetera. Per capire quanto siano coerenti e sostenibili tali posizioni, si possono leggere decine di libri. Si deve però stigmatizzare il “terrorismo animalista”, inteso come l'espressione di discorsi, propaganda o atti violenti, che abbiano lo scopo di affermare le proprie tesi e le proprie intuizioni morali con minacce fisiche di qualunque tipo.

(Marka)

Nessun movimento per i diritti degli animali, qualsiasi cosa voglia dire “diritti” riferito agli animali, può diventare con ragionevoli e non deliranti argomenti un movimento che nega il più fondamentale dei diritti umani, quello alla vita e all'integrità fisica. Peraltro, la negazione di questo diritto, che si ha quando si minacciano atti violenti contro un ricercatore e la sua famiglia, si estende al diritto dei malati di aspettarsi una cura per la loro sofferenza, nel senso che il possibile ritorno all'integrità fisica o alla salute di questi ultimi è minacciato nel momento in cui si mettono a rischio progetti di ricerca e attività volte all'identificazione di potenziali trattamenti. D'altronde, se pure si volessero accettare le basi del ragionamento antispecista, che vorrebbe estendere i diritti finora riservati agli individui umani a tutti i componenti di ogni altra specie, il fatto di minacciare di togliere la vita o la salute ad un esemplare di una certa specie – quella umana – per salvaguardare gli individui di un'altra (i macachi, nel recente caso di cronaca) diventa una palese contraddizione di quel motore ideologico che arma la mano dell'estremismo, rendendone impossibile la giustificazione anche solo logica. Di fatto, il “terrorismo animalista” è un atteggiamento mentale che fonda la sua agenda sul sottrarre diritti agli esseri umani – il diritto ad una cura è particolarmente importante, ma se ne potrebbero elencare altri – in nome di un malinteso ed incoerente “egualitarismo” fra le specie animali.

(Adobe Stock)

Tolta la base logica e razionale, cosa resta a motivare singoli individui nel perseguire la violenza in nome dell'ideale animalista? Probabilmente, una personalità immatura o disturbata. Come nel caso di altre forme di terrorismo, ciò che arma la mente degli estremisti precede ogni capacità di comprensione razionale e consiste in tratti della personalità disfunzionali rispetto alla media delle persone. Hitler e altri gerarchi nazisti, noti e studiati prototipi di personalità sociopatica, coltivavano l'animalismo (peraltro non così estremo come quello di alcuni terroristi attuali). Almeno fra i leader di certi movimenti estremisti per la protezione dei diritti degli animali, potrebbero giocare ruoli importanti un forte attaccamento emotivo a un particolare ideale; una condizione di profonda frustrazione a causa di umiliazioni ed oppressione reali o percepite, oppure uno stato di autoesaltazione e bisogno di identità, gloria o vendetta; una scarsa flessibilità cognitiva e una bassa tolleranza per le sfumature, che si accompagna alla tendenza ad attribuire errori imperdonabili agli altri; l'incapacità di provare sentimenti di simpatia e compassione per i propri simili e gli innocenti che soffrono ed un certo autocompiacimento nel “giocare ad essere dio” . Senza dimenticare che alcune menti giovani o influenzabili sono manipolabili da persone con forte carisma: le operazioni di polizia volte a decapitare le sette più violente dell'animalismo militante hanno portato risultati misurabili in termini della diminuzione di comportamenti violenti .

La comunità scientifica e la società civile in generale dovrebbero superare la credenza che il contrasto del terrorismo animalista si possa ottenere attraverso una “corretta informazione”, il “richiamo alla razionalità”, il ricorso ad “argomenti convincenti”, etc. Non sussistono margini di dialogo con chi teorizza e pratica il ricorso alla violenza per privare persone innocenti di diritti fondamentali. Se intendono avere ascolto, anche le associazioni per il benessere animale, invece di sospendere il proprio giudizio pubblico su certi atti e magari gioire in privato, devono denunciare i pochi violenti esaltati per quello che sono: terroristi, armati (ma non giustificati) da tare mentali che li rendono sostanzialmente antisociali e pericolosi, per i quali va richiesto l'intervento della giustizia. E se dovessero riscontrarsene le condizioni, come negli Stati Uniti, in Australia, in Inghilterra ed in altri stati, del legislatore.

Allo stesso tempo, tuttavia, le istanze dei movimenti per la protezione degli animali e dell'ambiente vanno valutate nella loro concretezza, senza fare di tutta l'erba un fascio, rischiando così di rispondere a questioni correttamente poste con la più classica delle “reductio ad Hitlerum”. L'area scientifica del “welfare animale”, non solo nei laboratori di ricerca ma ovunque, deve fare da guida senza eccezioni. In essa, non nelle risposte emotive derivanti dalla proiezione dei nostri sentimenti sugli animali, risiede la dimostrabilità di un benessere sempre migliorato per tutte le specie che ci accompagnano nel viaggio evolutivo.

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