Istituzioni

Salvatori della patria e democrazia inefficiente

di Sergio Fabbrini

(13705)

4' di lettura

Considerate questo numero: 6.290. Si tratta del numero di emendamenti parlamentari alla legge di bilancio 2022 presentata dal governo Draghi. Poiché quasi tutti i partiti (con l'esclusione di Fratelli d'Italia) fanno parte della maggioranza che sostiene il governo, ne consegue che gli stessi partiti, quando sono a Palazzo Chigi, approvano la legge di bilancio e poi, quando sono in Parlamento, lavorano per stravolgerla. Gli stessi italiani che sostengono a larga maggioranza (per ben due terzi) il governo Draghi perché persegue l'interesse generale, non disdegnano che i singoli parlamentari rappresentino poi i loro 6.290 interessi particolari. Siamo in presenza di una schizofrenia politica, che rivela (almeno) tre cruciali questioni irrisolte della nostra democrazia. Prima questione irrisolta. Il governo Draghi piace perché governa, ma il nostro sistema non è fatto affinché i governi governino.

Analizzando le conseguenze della pandemia nei vari Paesi, Frank Fukuyama ha mostrato come esse siano state contenute là dove i governi hanno governato, mentre sono state drammatiche là dove i governi non hanno governato. Basti vedere, all’interno dell’Unione europea (Ue), la differenza drammatica tra la performance dei governi dell’Europa occidentale (dove, in media, più di tre quarti della popolazione adulta è stata vaccinata) e i governi dell’Europa orientale (dove, in alcuni casi, meno di un terzo è stata vaccinata). La pandemia ha mostrato che la debolezza del governo porta alla morte dei cittadini. Per poter governare, però, ci vuole la stabilità di chi governa. Un governo non può dipendere dalle fibrillazioni quotidiane della propria maggioranza, come invece avviene in Italia. Infatti, noi non disponiamo di meccanismi costituzionali (come il voto di sfiducia costruttiva) o politici (precisi accordi di coalizione) per proteggere i governi da quelle fibrillazioni. Ogni volta che si è cercato di razionalizzare il governo, il caravanserraglio della “costituzione più bella del mondo” si è messo in moto per difendere la (cosiddetta) centralità del Parlamento. Parlamento così centrale che, in presenza di crisi esistenziali, è stato costretto ad auto-sospendersi, in quanto incapace di trovare soluzioni al proprio interno. La cialtroneria costa caro.

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Seconda questione irrisolta. Il premier Draghi piace perché sa prendere decisioni, ma il nostro sistema non è fatto per promuovere il ruolo del premier. Nel caso di Draghi, quel ruolo è sostenuto dalla sua autorevolezza, non già dalle istituzioni. Certamente, l’autorevolezza del premier è una condizione del successo del governo. L’attuale governo britannico beneficia di una stabile maggioranza parlamentare, eppure l’incompetenza del suo premier ne deprime il rendimento. In Italia, la pandemia ha mostrato come i governanti incompetenti siano incapaci di prendere decisioni efficaci, obbligandoci a ricorrere alle competenze di un generale degli alpini per contrastarla o a quella di un banchiere centrale per uscire da essa. Senza un premier in grado di dirigere l’azione di governo, come avremmo potuto presentare un Piano nazionale di ripresa e resilienza accettato dall’Ue (in virtù del quale abbiamo ricevuto un anticipo di 25 miliardi di euro) oppure come potremmo raggiungere (entro la fine di dicembre) i 51 obiettivi intermedi (consistenti in riforme della legislazione) da cui dipendono altri 25 miliardi da ricevere entro la fine del prossimo febbraio? Eppure, ogni volta che si è cercato di rafforzare il ruolo del premier, il caravanserraglio della “costituzione più bella del mondo” si è messo in moto per contrastare i pericoli dell’”uomo solo al comando”. Per avere poi i dilettanti al potere. La cialtroneria costa caro.

Terza questione irrisolta. Mentre il governo Draghi parla a nome del Paese, i partiti, ma anche la generalità dei cosiddetti ‘corpi intermedi', parlano a nome di gruppi specifici, di interessi segmentati, di corporazioni pubbliche e private. Abbiamo rappresentanti, ma non c’è rappresentanza. L’Italia è piena di specialisti della rivendicazione, talora della minaccia, ma ha una scarsità di rappresentanti che abbiano un’idea del nostro interesse nazionale. Nessuno (ma proprio nessuno) avanza una visione generale in cui inserire la soddisfazione degli interessi particolari che rappresenta. Meno che meno è consapevole della nostra interdipendenza nell’Ue. La frantumazione della rappresentanza parlamentare, la confusione della rappresentanza territoriale e la polverizzazione della rappresentanza funzionale si alimentano a vicenda. Eppure, ogni volta che si è cercato di riordinare i processi di rappresentanza (per superare la ridondanza bicamerale del Parlamento, per responsabilizzare i governi regionali verso l’interesse nazionale, per riformare il sistema regolativo dei partiti e delle organizzazioni di interesse), il caravanserraglio della “costituzione più bella del mondo” si è messo in moto. In nome del conservatorismo rivoluzionario, si è tagliato il numero dei parlamentari senza modificare le funzioni delle camere, si è promossa l’autonomia regionale in funzione antistatale, si sono esaltate le divisioni tra i gruppi di interesse come se fossero l’espressione della lotta di classe del primo Novecento. L’esito è un Paese introverso. La cialtroneria costa caro.

Insomma, fino a quando non metteremo ordine nel nostro disordine istituzionale, politico e sociale, dovremo passare da un salvatore della patria ad un altro per uscire dalle difficoltà. È una fortuna poter disporre di salvatori della Patria. È una sfortuna però, diceva Bertolt Brecht, dipendere esclusivamente da essi.

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