L’IMPATTO DEL TAGLIO DEI PARLAMENTARI

Salvini al bivio: crisi subito o niente urne fino a primavera 2020

Il bivio di Salvini: crisi prima del 9 settembre o di urne si riparlerà a giugno prossimo

di Emilia Patta


Ultimatum Salvini a Conte e Di Maio: intese in fretta o crisi

3' di lettura

«Nessuno si tiri indietro dal taglio del numero dei parlamentari», tuona di prima mattina Luigi Di Maio. L'arma da sfoderare in campagna elettorale da parte del M5s nel caso - che al momento resta improbabile – di ritorno precipitoso alle urne in ottobre c'è già: la Lega ha fatto saltare il banco per non approvare la riforma costituzionale che taglia di netto il numero dei parlamentari (più di un terzo) calendarizzata per l'ultimo e definitivo sì alla Camera il 9 settembre.

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Se passa il taglio finestra chiusa per almeno 7 mesi
In realtà al leader della Lega Matteo Salvini del taglio in sé importa poco, dal momento che avrebbe comunque una folta pattuglia di parlamentari essendo passato dal 17% delle scorse politiche al 38%, almeno nei sondaggi. Ma certamente la fibrillazione di queste ore e l'aut aut di fatto che ha posto al premier Giuseppe Conte e agli alleati pentastellati dopo il voto del Senato sulla Tav - «nuova agenda e nuova squadra coesa oppure urne» - ha a che fare con la riforma calendarizzata il 9 settembre: se passasse, Salvini si troverebbe in un certo senso imbottigliato, nell'impossibilità di fatto di tornare al voto, fino alla primavera prossima inoltrata.

Per Salvini il rischio di trovarsi «imbottigliato» come Renzi
Un po' come accadde a Matteo Renzi a più riprese nella scorsa legislatura, con la bocciatura di ben due leggi elettorali da parte della Corte costituzionale e la conseguente necessità di intervenire in Parlamento. «Se si fosse votato nel giugno 2017 come chiedevo io - diceva l'ex premier ieri a Palazzo Madama parlando con i cronisti - la storia d'Italia sarebbe stata diversa». Già, perché allora il Pd da lui governato mentre a Palazzo Chigi sedeva Paolo Gentiloni era ancora sopra il 30%. Nel giro di poche settimane iniziò l'inarrestabile declino. E non è un caso che il sottosegretario leghista alla Presidenza del Consiglio Giancarlo Giorgetti, uno degli uomini più vicini a Salvini e il più convinto della mecessità di staccare la spina per incassare alle urne, abbia la foto di Renzi sulla sua scrivania: una sorta di “memento mori”.

Scenario senza referendum: urne possibili ad aprile
Ora, se la riforma che taglia il numero dei parlamentari sarà approvata il 9 settembre - e certo Salvini non vuole prendersi la responsabilità di far slittare una riforma così popolare a meno che nel frattempo non ci sia una crisi formale e conclamata - occorrerà attendere i tre mesi previsti dalla Costituzione per dare il tempo agli aventi diritto, ossia 500mila elettori o cinque Consigli regionali o un quinto dei parlamentari di una Camera , di attivare la procedura e raccogliere le firme.

Anche se nessuno chiedesse il referendum si dovrebbero comunque aspettare da uno a due mesi, tempo massimo previsto dalla leggina già approvata che adegua la legge elettorale al numero ridotto dei parlamentari, per il ridisegno dei collegi che saranno molto più grandi degli attuali. E arriviamo ai primi di febbraio, dopodiché servirebbero altri due mesi tra scioglimento delle Camere e tempi della campagna elettorale per ritornare alle urne: i primi di aprile.

Scenario con referendum: urne possibili a giugno
I tempi si allugherebbero ancora di più nel caso in cui ci fosse il referendum confermativo. Vero che nessuno dei grandi partiti, compreso il Pd che ha votato contro la riforma, si prenderà la responsabilità di andare al referendum su una riforma così popolare con la certezza di intestarsi una sconfitta. Ma è anche vero che un partito minore come Più Europa, per bocca di Marco Taradash, ha già annunciato che avvierà la raccolta delle firme in Senato. E in molti sono pronti a giurare che un quinto di senatori “peones” di vari gruppi, convinti che non sarebbero rieletti, sono già pronti a firmare. Con il referendum confermativo si arriverebbe a marzo per l'entrata in vigore, poi da uno a due mesi per ridisegnare i collegi e infine i tempi canonici tra scioglimento delle Camere e campagna elettorale: non prima di giugno.

Il ruolo del presidente Mattarella
C'è da credere che il presidente Sergio Mattarella, in questo scenario, avrebbe un buon motivo per mettersi di traverso ai disegni di Salvini: tecnicamente non sarebbe impossibile, ma dal punto di vista politico e istituzionale non sarebbe quantomeno opportuno sciogliere le Camere con una procedura di revisione costituzionale che impatta direttamente sulle elezioni per via del numero degli eletti in corso di conferma.
Insomma, il rischio di restare “incastrato” come accadde a Renzi per Salvini c'è tutto. Da qui l'aut aut di queste ore: tutto si deve decidere entro il 9 settembre, oppure se ne riparlerà a giugno prossimo. Un tempo biblico in politica.

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