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Salvini, Borghi e la sindrome di Pinocchio (di cui ci sarebbe bisogno)

di Vittorio Pelligra

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(AdobeStock)

5' di lettura

Nell’agosto del 1993 tre medici dell’Ospedale Universitario di Strasburgo scrissero una lettera al Journal of Neurology, Neurosurgery, and Psychiatry, descrivendo il caso clinico di un cinquantunenne che mostrava sintomi alquanto bizzarri. Per una ragione allora ancora sconosciuta, il paziente, un alto funzionario della Comunità Europea, era soggetto a crisi convulsive e perdita di conoscenza ogni qual volta si trovava nelle condizioni di dire una bugia. Si scoprì, poi, che, a causa di un meningioma al cervello, le emozioni legate alla menzogna, producevano un eccesso di stimolazione nel lobo limbico, fino al punto da causare convulsioni e perdita di conoscenza. I tre medici definirono questa condizione “La sindrome di Pinocchio”. Come al burattino, dopo ogni bugia cresceva il naso, così all’euroburocrate venivano le convulsioni. Un rivelatore infallibile di menzogne, e quanto sarebbe utile di questi tempi.

“Ci sono o ci fanno?”, potrebbe essere il titolo di una nuova, nutrita, sezione degli articoli di Mind the Economy. Ci eravamo già occupati, qualche mese fa, degli strafalcioni economici del sottosegretario all’economia Laura Castelli, che faticava, nonostante le spiegazioni del ministro Padoan , a comprendere la relazione tra l’aumento dello spread e i tassi sui nuovi mutui delle famiglie italiane. Ci era o ci faceva? Ci siamo occupati, poi, più recentemente, anche delle bufale propinate ai telespettatori da certi TG del servizio pubblico che hanno tentato di farci credere che l’inflazione in Italia fosse aumentata del 200%, che neanche in Venezuela. Ci erano o ci facevano? Abbiamo riportato anche il contenuto della lettera ufficiale che la Società Italiana degli Economisti ha indirizzato al presidente della Rai, Marcello Foa, per stigmatizzare la superficialità di certi servizi, la scorrettezza di certe informazioni e con la quale gli economisti italiani hanno chiesto maggiore pluralismo, responsabilità e competenza da parte di chi firma certi servizi d’informazione.
Questa sciatteria nell’informazione economica può essere tollerata dai cittadini solo perché la comprensione dei concetti economici è, in Italia, drammaticamente bassa. Sappiamo, per esempio, dal recente Rapporto Consob 2018 su “Le scelte di investimento delle famiglie italiane”, che un intervistato su due non conosce le nozioni finanziarie di base. Solo uno su cinque comprende a fondo concetti avanzati. Sappiamo cos’è una “percentuale”, ma l’ottanta percento di noi non riesce a capire il concetto di “probabilità”. Alcuni strumenti finanziari sono noti alla maggioranza degli intervistati, ma solo il dieci percento di loro è in grado di ordinarli correttamente secondo il loro livello di rischio. Ma il dato forse più interessante che emerge dal Rapporto è la relazione inversa tra livello di competenze e fiducia nelle proprie capacità finanziarie. Tanto meno conosci, tanto più pensi di sapere.

GUARDA IL VIDEO / Cosa è l'effetto Dunning-Kruger? Meno sai e più credi di sapere

Classico sintomo della sindrome Dunning-Kruger. Mentre i saggi, da Socrate in poi, hanno accettato di sapere di non sapere, altri tendono a credere di sapere più di quanto sappiano in realtà. Non è un fenomeno solo italiano. Negli Stati Uniti, per esempio, dal 2009 al 2015 la percentuale di persone che possiedono competenze finanziarie buone è passata dal 42 al 37 percento, allo stesso tempo coloro che pensano di avere competenze elevate sono passati dal 67 al 76 percento. Meno sai più pensi di sapere e poi magari finisci per eleggere Trump presidente. Si scherza, naturalmente. O no?
Questo livello così basso di competenze, unito ad un livello dell’informazione non sempre all’altezza, crea un mix altamente tossico per la qualità delle istituzioni e per la qualità del dibattito pubblico più in generale.

Può capitare, così, che importanti esponenti politici mentano spudoratamente davanti ai loro cittadini, consapevolmente o inconsapevolmente – non si sa cosa sia più grave – e solo in pochi si accorgano e stigmatizzino la cosa, mentre la maggioranza dei cittadini, giornalisti compresi, si bevono tranquillamente le bufale. Eppure l’onestà, la credibilità e la reputazione, per un politico, in un paese decente, sarebbero tutto. Di solito. Se un personaggio con responsabilità pubbliche mente su un fatto, anche piccolo, si gioca il suo capitale reputazionale e, in un paese decente, sarebbe finito. Chi più gli crederà infatti? Ma l’Italia, si sa, è differente. E allora può capitare che il presidente della commissione Bilancio della Camera dei Deputati, Claudio Borghi, durante una trasmissione radiofonica del servizio pubblico possa dire che se l’Italia uscisse dall’euro e tornasse alla lira staremmo tutti meglio, perché: «Tanto per cominciare non esisterebbe più lo spread: chi sta nell’Unione Europea e non ha l’euro, tipo la Polonia, non ha lo spread». Come dire che la febbre sarebbe differente a seconda che la misuriamo in gradi celsius o gradi fahrenheit. Ancora meglio, come se rompendo tutti i termometri del mondo, potessimo scongiurare il rischio febbre per tutta la popolazione mondiale.

Un ragionamento logico, filante, anzi no, mistificatorio. Ma nessuno se ne accorge e nessuno fa notare l’assurdità dell’affermazione. Ma non tutti, per fortuna, sono disposti a chiudere un occhio e qualcuno ancora cerca di fare bene il suo mestiere di giornalista; così quando lo stesso Borghi, durante una recente puntata di “Otto e Mezzo”, lamentandosi della posizione di contributore netto dell’Italia, arruola la Spagna tra i paesi fondatori dell’Europa, viene giustamente ridimensionato dalla Gruber che gli fa notare lo strafalcione e lo invita, primo, a non dire bugie e, secondo, a studiare di più.

Poi è la volta del ministro Salvini, che qualche giorno dopo, in diretta su La7, afferma di essere contento perché «di solito lo spread arriva sui giornali e in tv solo quando cresce. Siamo tornati ai livelli di spread precedenti del governo Lega-M5s, quindi vuol dire che l’economia italiana cresce e da fiducia». Bellissimo, se fosse vero. Purtroppo, come cerca di far notare Luigi Marattin che è in studio durante la diretta, questa è una balla colossale . Il 23 marzo 2018, quando il Governo Gentiloni si dimette, infatti, lo spread è a 126,2. Il Governo Conte, si insedia il 1° giugno 2018, e il 18 marzo 2019, il giorno dell’intervista di Salvini, lo spread è a quota 233,8, cento punti in più. Ma nessuno, tranne il povero Marattin, se ne rende conto.
Ci sono o ci fanno? Mentono consapevolmente o proprio non sono capaci di fare due conti? In un caso e nell’altro, il presidente della commissione Bilancio della Camera e il Ministro degli Interni non ci fanno una bella figura. E gli italiani? Quelli che ancora continuano a sostenere questa politica di annunci e di dati farlocchi?

E la stampa e le televisioni che continuano a dare credito ad autoproclamati esperti, economisti che pubblicano libri a pagamento, perché dicono di essere più liberi, ma in realtà perché così evitano che un qualsiasi comitato editoriale li stronchi; autoproclamati esperti che non hanno mai fatto una ricerca seria in vita loro, che non hanno mai neanche conseguito un dottorato. Se certi politici tendono a ragionare su dati non sempre precisissimi e la stampa, invece di fargli le pulci, si gira dall’altra parte, allora abbiamo un problema, visto che la “sindrome di Pinocchio” è una condizione, per fortuna, estremamente rara e non può venirci in soccorso. Mi si dirà, e non a torto, che si tratta di cose piccole, peccatucci veniali, innocenti bugie, rispetto alla complessità del mondo globale, delle sue sfide e dei suoi cinismi. Certo, ma allora, forse, potrebbe non essere inutile ricordare quello stesso Vangelo, spesso incongruamente sventolato a favore di telecamera. In particolare, quel passo di Luca (16, 10) che ci rammenta come: «Chi è fedele in cose di poco conto è fedele anche in cose importanti; e chi è disonesto in cose di poco conto, è disonesto anche in cose importanti». E se il Vangelo non bastasse, potremmo sempre sperare nella fata turchina, non smettendo, però, mai di chiederci se ci sono o se ci fanno.

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