CONVIVENZE DIFFICILI

Il rapporto Salvini-Di Maio e le analogie con Craxi-De Mita

di Riccardo Ferrazza


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4' di lettura

La diarchia incarnata dai vicepremier “ex aequo” Matteo Salvini e Luigi Di Maio non è una novità: negli anni ’80 i due consoli della politica italiana si chiamavano Benedetto “Bettino” Craxi (classe 1934 e milanese come il leader della Lega) e Luigi Ciriaco De Mita (classe 1928 e avellinese, come il capo del Movimento 5 Stelle), anche loro alleati di governo ma avversari in politica.

Contraenti di un “patto della staffetta” ideato dal dc Riccardo Misasi, siglato in un convento sull’Appia antica nell’estate 1983 ma “tradito” dal leader del Psi che ottenne un reincarico da presidente del Consiglio facendo slittare l’approdo dell’altro a Palazzo Chigi. Un duello durato a lungo che si concluse quando Craxi compose l’asse con Giulio Andreotti e Arnaldo Forlani prima di finire sotto i colpi di Tangentopoli.

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La differenza tra passato e presente sta semmai nella velocità con la quale la rivalità si consuma. Intensa ma a fuoco lento quella tra Craxi (lombardo con cognome messinese) e De Mita (campano con studi alla Cattolica di Milano); lanciata verso una conclusione che molti prevedono rapida quella tra il leader della Lega e il capo del Movimento 5 Stelle. Già all’epoca del pentapartito (Dc, Psi, Pri, Psdi e Pli) rimbombavano via agenzie e sui giornali i colpi delle accuse reciproche fino agli insulti tra alleati al governo. Il socialista Rino Formica, per dire, parlando del segretario democristiano tracciò nel 1986 un ritratto velenoso: «Gli uomini si dividono in due categorie, i nati e i creati. De Mita è un creato e, precisamente, è stato creato in quel laboratorio di corruzione che era l’Eni di Enrico Mattei». E ancora: De Mita «per tenersi a galla deve recuperare i bassi istinti di un mondo primitivo... la sua è una posizione oscurantista, medioevale, di fascismo bianco». Anni dopo si seppe che il figlio del sarto di Nusco considerava Craxi «un fascista, un fascista come stile, come modo di fare»: ma erano giudizi pronunciati in privato che vennero fuori solo quando Giuseppe Sangiorgi, lo storico portavoce di De Mita, li mise per iscritto in un libro di memorie pubblicato nel 2005 («Piazza del Gesù», Mondadori)

Nel rapporto pubblico tra leader resisteva, invece, una continenza verbale che preservava un’alleanza. Almeno fino a quando Craxi non violò l’«accordo della staffetta»: «Credo che abbia superato un qualunque limite di pudore» sbottò De Mita in un’intervista con Enzo Biagi. Ma erano già trascorsi quattro anni di convivenza conflittuale, anche se non sotto lo stesso tetto come nel caso dei due vicepresidenti del Consiglio attuali.

«Tappatevi la bocca, lavorate e smettete di minacciare il prossimo» ha barrito sabato Salvini rivolgendosi ai Cinque Stelle. Poco prima Di Maio lo aveva schernito sul caso del sottosegretario leghista Armando Siri, indagato per corruzione e difeso dal leader del Carroccio, dicendogli: «È bello fare il forte con i deboli». Meno di 340 giorni dal giuramento al Quirinale dello scorso giugno e i nuovi Agiadi e Euripontidi (le due dinastie regie a Sparta) sembrano non sopportarsi più. Fino a ignorarsi, come accaduto nella visita di stato della scorsa settimana in Tunisia (casualmente, il luogo del definitivo ritiro di Craxi): seduti l’uno accanto all’altro, né uno sguardo, né un sorriso durante la conferenza congiunta dei due presidenti del Consiglio, quello italiano e quello tunisino.

Neanche Craxi e De Mita si amavano. Anzi. I loro temperamenti li portavano a una naturale contrapposizione: un sondaggio Swg del 1988 pubblicato dal settimanale Panorama chiedeva agli intervistati chi, tra i due leader, avrebbero scelto se fosse stato possibile eleggere direttamente il capo del Governo. Ne usciva una fotografia azzeccata della coppia, assortita in modo che qualcuno potrebbe dilettarsi a sovrapporla a quella dei leader attuali: il segretario socialista raccoglieva consensi per il suo decisionismo e per l’immagine televisiva, mentre quello democristiano era giudicato «serio e riservato». Il duello durò a lungo: meno dei 15 anni di contesa tra i due ufficiali francesi raccontati da Joseph Conrad ma abbastanza da mettere a dura prova la collaborazione. Eppure l’alleanza - tra battaglie e tregue - tenne, aiutata in gran parte dagli equilibri politici obbligati di quella fase storica e pure da una comunicazione meno frenetica, quasi preistorica se paragonata all’epoca social.

Di Maio definì Salvini inaffidabile quattro mesi prima di siglare il patto di governo con la Lega. De Mita usò la stessa espressione per Craxi dopo un quadriennio di coabitazione. Ma le occasioni per sfoghi, attacchi e punzecchiature tra Castore e Polluce degli anni ’80 furono numerosissime. «Sono stato invitato a pranzo dal presidente della Dc, il quale ha usato l’esca di un provolone irpino» disse un giorno Craxi ai giornalisti che lo sorpresero all’uscita dell’abitazione romana di De Mita in via dell’Arcione (abitata prima della guerra dalla famiglia di Ugo Stille, poi emigrata negli Stati Uniti). Notazione gastronomica restituita anni dopo dal sindaco di Nusco (oggi 91enne e ricandidato alla guida della città natale) che ricordò così uno dei primi incontri con il futuro rivale: «Mi colpì il fatto che mangiò la carne, una cotoletta, con le mani». Ma, ormai, la guerra era finita da un pezzo. De Mita ha ottenuto l’anno scorso il titolo di Cavaliere di Gran Croce dell’ordine al merito della Repubblica italiana, Craxi (condannato e morto ad Hammamet nel 2000) una scheda nell’Enciclopedia britannica .

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