la procura di catania vuole processare il ministro: cosa deciderÀ il parlamento?

Salvini e il caso Diciotti: il primato della persona sullo Stato

di Carlo Melzi d'Eril e Giulio Enea Vigevani


default onloading pic

3' di lettura

Qualche giorno fa il tribunale dei ministri di Catania ha chiesto al Senato di procedere nei confronti del ministro dell’Interno per sequestro di persona. Il fatto è noto: la nave italiana “Diciotti” era al porto di Catania, ma i 177 migranti a bordo non potevano lasciarla in quanto il dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione, a cui competeva di indicare un porto ove sbarcare, taceva su ordine del ministro.

Quest’ultimo dichiarava alla stampa di avere fatto «quello che dovrebbe fare ogni buon italiano ovvero difendere i confini e la sicurezza del mio Paese», come previsto dall’art. 52 della Costituzione in base al quale «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino». Ora, tale riferimento è palesemente fuori luogo. La regola è stata posta per dare copertura costituzionale al servizio di leva e per consentire, in caso di pericolo per la integrità della nazione, di imporre ai cittadini di sacrificare persino la vita. Qui, viceversa, la condotta del ministro ha impedito lo sbarco di naufraghi disarmati, circostanza che non avrebbe messo a rischio né i confini né la stabilità del Paese.

E tuttavia la questione che si andrà a discutere in Parlamento è di notevole importanza, poiché coinvolge uno dei momenti più delicati nel rapporto fra organi dello Stato. La ovvia divisione fra potere legislativo, esecutivo e giudiziario non comporta che ognuno di essi sia del tutto sovrano nel proprio ambito: ogni democrazia evoluta si regge proprio sull’equilibrio tra poteri e contropoteri, esercitato tramite reciproci controlli.

I principi di legalità, obbligatorietà dell’azione penale ed uguaglianza imporrebbero che qualunque notizia di reato venisse perseguita. A tale regola generale si può ragionevolmente porre eccezioni per garantire un maggiore margine all’azione politica o per salvaguardare la “salute della Repubblica”.

Il primo caso è quello propugnato dalla cosiddetta “teoria dell’atto politico”, secondo la quale vi sarebbero alcuni atti sottratti alla giurisdizione anche del giudice penale; si tratta di atti provenienti da organi costituzionali ed espressione dell’indirizzo politico dello Stato, purché si occupino di questioni di carattere generale, senza incidere nella sfera dei diritti soggettivi di singole persone. In questo caso il tribunale di Catania ha escluso che quanto compiuto da Salvini rientri in questa categoria, proprio perché la mancata individuazione di un porto sicuro, provvedimento “dovuto” secondo le procedure derivanti dalle convenzioni internazionali, si è tramutato in una restrizione della libertà di alcuni ben individuati soggetti.

    Il secondo caso è previsto dalla legge costituzionale n. 1 del 1989: il Parlamento può negare l’autorizzazione a procedere se il ministro ha agito «per la tutela di un interesse dello Stato costituzionalmente rilevante ovvero per il perseguimento di un preminente interesse pubblico nell’esercizio della funzione di Governo». I parametri sembrano richiedere almeno un grave allarme per i massimi interessi del Paese. Solo così si evita la trasformazione di una comprensibile prerogativa in un inammissibile privilegio. Mai, poi, una sorta di immunità potrebbe essere concessa sol perché un atto è riconducibile al perseguimento di un indirizzo politico. Da quando si è passati dal governo degli uomini al governo delle leggi, l’esecutivo persegue il suo programma nel solco delle disposizioni esistenti e non può certo considerarsi slegato dalla obbedienza alle regole dell’ordinamento.

    Resta, infine, una considerazione di fondo: quando la Costituzione afferma il primato della persona sullo Stato, sancisce che gli individui, italiani o stranieri, regolari o irregolari, non possono mai essere utilizzati come mezzi per perseguire finalità politiche, anche ragionevoli. Il governo italiano può certo premere sugli altri Stati europei per una diversa politica dell’immigrazione, ma mai riducendo 177 individui a ostaggi di un conflitto istituzionale o diplomatico. Ciò è proprio quello che è stato definito “reificazione” delle persone – cioè quando esse sono trattate come cose – e a noi richiama alla mente tempi e luoghi ove qualcuno era meno uguale di altri.

    loading...

    Loading...

    Newsletter

    Notizie e approfondimenti sugli avvenimenti politici, economici e finanziari.

    Iscriviti
    Loading...