populismo&contraddizioni

Salvini, Di Maio, e il (falso) mito del popolo contro le élite

di Alberto Magnani


Salvini: "All'estero non hanno nulla di cui preoccuparsi"

4' di lettura

Alla fine, anche Matteo Salvini ha sposato l'unica definizione accettata di populismo: «Non esistono destra e sinistra, esiste il popolo contro le élite». Dove il popolo è il 50% abbondante di elettori che ha votato Lega o Cinque stelle, mentre l'élite tutto il resto: dagli odiati «radical chic» (si pensi all'ossessione per la ex presidente della Camera Laura Boldrini) ai «signori della finanza», dal «governo delle banche» di Matteo Renzi alle istituzioni europee in blocco.

La retorica della contrasto fra basso e alto, deboli e privilegiati è l'unico fil rouge che attraversa tutti i movimenti classificati come populisti. Ma nel caso dell'intesa fra Cinque stelle e Lega, la narrazione si scontra con le contraddizioni di un «governo del popolo» sensibile, nei fatti, anche alle ragioni delle classi più abbienti. La Lega ha sfondato il 40% dei consensi in diverse province di Veneto e Lombardia, due fra le regioni che vantano uno dei redditi medi più alti su scala nazionale ed europea.

Il programma economico nato dalla loro intesa conserva la misura della flat tax, la “tassa piatta” con due aliquote (15% e 20%) giudicata vantaggiosa per i redditi sopra i 30mila euro lordi l'anno. L'attuale squadra di governo prevede un professore ordinario alla presidenza del Consiglio (Giuseppe Conte) e l'insediamento al Tesoro di un economista di lungo corso come Paolo Savona (passato dal governo tecnico di Ciampi del 1994 alla fondazione di una startup di fintech a Londra), mentre i Cinque stelle hanno dato il via libera all'insediamento al Senato di Elisabetta Alberti Casellati: fedelissima di Berlusconi e avvocato a Padova, senza particolari esperienze oltre al suo studio legale e la politica in Forza Italia.

La politologa: l'élite dei populisti rispecchia i nostri difetti
Le dissonanze non sembrano influire sulla percezione del governo Cinque stelle-Lega come un'espressione del volere popolare contro l'establishment, la categoria - un po' vaga - che racchiude il principale avversario sul campo: il potere politico, sempre negativo quando è detenuto da altri. Nadia Urbinati, politologa in cattedra alla Columbia University, ritiene che i concetti stessi di popolo ed élite possano essere reinterpretati a piacimento, secondo «l'iperrelativismo» che contrassegna il pensiero populista: «È sbagliato andare a cercare coerenza in forze che si costruiscono sull'incoerenza - dice - Le forze populiste, non avendo valori di base, semplificano tutto il discorso in un unico principio: fare il bene del popolo contro i potenti. Anche se poi sono loro a decidere cosa è bene e cosa è male». Da questa prospettiva, anche le élite vengono formate in maniera tale da assomigliare il più possibile agli istinti dell'elettorato.

Essere ricchi o aver avuto qualche disguido con il fisco, come nel caso del neo-premier Conte e dei suoi contenziosi con Equitalia, non rappresenta un problema di immagine. Anzi, «li avvicina ancora di più al cosiddetto popolo, perché sembra voler dire: lo vedi? Abbiamo gli stessi difetti». Un meccanismo simile a quello della prima fortuna di Silvio Berlusconi, simbolo vivente del sogno del miliardario, o al successo del presidente americano Donald Trump. Prima di imporre dazi alle aziende che delocalizzano «rubando lavoro agli americani», il tycoon era solito vantarsi dei suoi stratagemmi per ridurre il peso del fisco sulle sue fortune. L'equivalente di una strizzata d'occhio a quelle fette di elettorato irritate dall'erario e sedotte, involontariamente, dalla scaltrezza di chi riesce ad aggirarle con sistemi più o meno legali.

Se gli attacchi sono una linfa per la popolarità
In tutto questo, Urbinati vede una «risposta sbagliatissima» nel pressing mediatico che sta bersagliando il governo Salvini-Di Maio. Esattamente come nel caso di Berlusconi e Trump, le ostilità di quelle che vengono avvertite come le «élite» finiscono per avvicinare ulteriormente i leader al «popolo». Demopolis, una società di ricerca e analisi elettorale, ha evidenziato che due mesi dopo il voto del 4 marzo i consensi per Cinque stelle e Lega non hanno fatto altro che rinsaldarsi, uscendo indenni da qualsiasi stallo governativo: i Cinque stelle viaggerebbero oggi intorno al 32,5% e la Lega al 24%, con buoni riscontri anche sull’accordo fra i due. Sempre secondo Demopolis, il 61% dei cittadini guarderebbe con favore al governo giallo-verde, con picchi superiori all’80% fra i votanti di entrambi i partiti. Con buona pace dei richiami da Bruxelles e delle ansie dei media internazionali al «primo governo populista» dell’Eurozona, per giunta in un paese che rappresenta la terza economia del Vecchio Continente.

Restando sulla cronaca più recente, anche le gaffe sul curriculum di Conte si sono risolte il giorno dopo con il successo politico del suo incarico. È vero che la scelta è stata del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, ma anche i sondaggi dal basso hanno manifestato una vicinanza immutata alla causa di Cinque stelle e Lega. E qui non c'entra tanto il dualismo fra basso e alto, popolo ed elìte, quanto un vecchio errore strategico: delegittimare gli avversari in quanto tali, allargando la frattura con l'elettorato che li ha scelti. Nel sondaggio di YouTrend citato prima, la forza che scivola sempre più in basso quella già sconfitta alle urne: il Partito democratico. «Se demonizzi gli avversari fai il loro gioco - spiega Urbinati - La demonizzazione genera una visione manichea, e il manicheismo è ossigeno per i populisti. Tutti contro “loro”. E loro dicono di essere il popolo».

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