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Salvini ti sbagli: le imprese non gufano, la crescita zero è reale

di Paolo Bricco


Csc: crescita zero, occupazione ferma e consumi lenti in Italia

3' di lettura

Il centro studi di Confindustria non fa né astrologia né politica. Il centro studi di Confindustria fa previsioni. Il ministro dell’Interno Matteo Salvini ha riservato dileggio e disprezzo all’attività di un centro studi che mescola la formazione mainstream del suo direttore Andrea Montanino (oltre al dottorato in economia alla Sapienza ha un master alla London School of Economics) e la conoscenza analitica ed empirica di un gruppo di economisti che lavora da molti anni fra i circuiti scientifici e la conoscenza concreta dei territori e delle città, di quel che resta delle grandi imprese e del fitto reticolo di piccole e medie aziende che, nonostante mille difficoltà, innerva il nostro tessuto produttivo e conferisce sostanza civile e stabilità sociale all’Italia.

Dileggio e disprezzo: «Gufi, ci hanno sempre cannato in passato», ha detto Salvini con il linguaggio eterno degli stadi da calcio e con il lessico conosciuto da chi negli anni Ottanta era adolescente. I numeri messi in fila dal centro studi di Confindustria non sorprendono nessuno che, appunto, abbia una conoscenza formale e sostanziale dell’economia italiana, nella sua natura interna e nelle sue relazioni nel contesto europeo e internazionale. Non è che, per sapere che questa recessione è una vera recessione, occorre sfogliare i report delle istituzioni internazionali o i paper scritti dalle banche d’affari. Basta andare nei bar della Brianza o nei caffè di Torino. Basta prendere una spremuta in un autogrill in autostrada intorno a Bologna. Senza nemmeno bisogno di andare a farsi una granita a Messina o un mirto in Sardegna. È sufficiente parlare con i piccoli imprenditori, con i loro impiegati. È sufficiente parlare con i medi imprenditori, con i loro manager abituati a volare in tutto il mondo. Al Nord come al Centro come al Sud. Basta parlare con gli artigiani del Mezzogiorno, dove sanno bene che la spinta propulsiva per uscire dal collasso che tramortisce tre-quattro-cinque regioni del nostro Paese non può che originarsi dal valore aggiunto prodotto nei laboratori che – quando le cose vanno bene – si fanno officine, nelle officine che si fanno capannoni, nei capannoni che si fanno impianti. Il popolo – per citare una parola che rappresenta bene l’identità profonda e le pulsioni più radicali della Lega e dei Cinque Stelle – delle imprese.

Tutto ciò che è scritto nel documento del centro studi di Confindustria è ben presente nei racconti di chi, ogni giorno, opera sui mercati internazionali, fra mille difficoltà e compiendo mille errori. Nessuno vuole fare la retorica dell’imprenditore. Gli imprenditori italiani hanno molte responsabilità nel degrado civile, nella marginalizzazione e nel collasso economico dell’Italia. Gli imprenditori italiani, in particolare quelli della manifattura e del terziario avanzato, fanno però una cosa molto semplice: ogni giorno, per non soccombere, si misurano con un contesto internazionale. E sanno bene qual è la realtà: sul Pil, sui pericoli dei dazi con la fine della globalizzazione, sul tema di spostare risorse dalle politiche industriali alle politiche di sostegno alla cittadinanza, sul rischio di una frenata tedesca che si trasmette alla componentistica italiana e, da essa, promani i suoi effetti a tutto il Nord industriale. Tutte le cose che sono state descritte dal documento del centro studi di Confindustria.

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Una cosa che invece magari non sanno bene ma che, a questo punto, è bene ricordare loro, è che esiste un grande classico nella storia di questo Paese: la distinzione che si fa divaricazione e alla fine diventa qualcosa di simile con la incompatibilità fra politica ed economia, fra partiti e imprese. Era già così, in maniera poco visibile e strisciante, negli anni Sessanta e Settanta. È diventato lampante negli anni Ottanta. Ha assunto connotati ancora più evidenti con Tangentopoli e con la Seconda Repubblica. Adesso ci risiamo: «Gufi, hanno cannato sempre». Vedremo.

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