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«Salvo intese» e la veduta corta sul caso Italia

Una vista un po' più lunga di quella messa fin qui in campo con l'ottica della redistribuzione proporzionalista, sondaggi alla mano, aiuterebbe, eccome

di Guido Gentili

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(Ansa)

2' di lettura

“Salvo intese”, la vista è corta. Per alcuni aspetti, oggettivamente (l'acrobatico cambio di governo dopo la crisi d'agosto). Per scelta in chiave redistributiva e proporzionalista (i due presupposti si danno naturalmente la mano) nel Paese della campagna elettorale permanente.

A riprova, il fatto che nelle ore in cui il governo giallorosso a quattro velocità (Mov5Stelle, Pd, Leu e Italia Viva) fatica a mettere in pista una manovra di bilancio condivisa, il salotto tv di Bruno Vespa ospita il faccia a faccia tra Matteo Salvini e Matteo Renzi, che duellano (stavolta in chiave maggioritaria secca) come fossero gli aspiranti premier in vista di elezioni politiche imminenti.

Inevitabile che in un quadro così complesso e contraddittorio, anche la vista sul futuro prossimo sia davvero corta. Già la formula “salvo intese” a proposito del decretone fiscale – atteso ad un passaggio parlamentare senza esclusioni di colpi- segnala un percorso a ostacoli. L'espressione sta a significare che il decreto del governo è stato approvato nelle sue linee maestre, ma che occorre definirne i dettagli prima di presentare il testo al Parlamento: il più delle volte numeri, che sono poi l'architrave di ogni manovra.

“Salvo intese” nacque con il Governo Monti nel 2012 e nella neo-politica lessicale analizzata dal dizionario Treccani la formula viene associata, inevitabilmente, ad un “alto tasso di vaghezza”. Per un governo neonato con un orizzonte di legislatura di svolta, l'inizio è insomma in salita sul piano procedurale ed è frutto del battibeccante confronto politico all'interno della maggioranza.

Confronto nel complesso anch'esso a veduta corta, nel senso che –tra battaglie presunte epocali come la ricorrente lotta sui tetti al contante- si perde il senso del “caso Italia” in un mondo affacciato su una congiuntura negativa, attraversato da forti tensioni commerciali, geo-politiche e immerso comunque in una trasformazione tecnologica e produttiva tanto rapida quanto aspra.

Il Fondo Monetario ha appena ha abbassato a 0 la previsione di crescita del Pil nel 2019 e a 0,5% la crescita nel 2020. L'Italia è ultima nell'Eurozona e tra i paesi del G7 in un contesto di rallentamento che l'FMI definisce “sincronizzato”. Quadro non confortante. Il direttore FMI per l'Italia, Domenico Fanizza, ha citato “la crisi degli scambi e la crisi dell'industria manifatturiera legata alla transizione energetica che ha colpito soprattutto la Germania, con cui siamo molto integrati. Sono in corso grandi trasformazioni strutturali del comparto produttivo, a cui dobbiamo adattarci” (La Stampa, 16 ottobre).

Adattarci, rispondere, togliersi in definitiva dall'ultimo posto nella classifica per la crescita. Non che sia facile, tutt'altro. Le risorse sono scarse e il debito altissimo. Ma una vista un po' più lunga di quella messa fin qui in campo con l'ottica della redistribuzione proporzionalista, sondaggi alla mano, aiuterebbe, eccome.

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