il nuovo incendio ha ucciso un migrante

San Ferdinando, al posto del ghetto c’è la tendopoli, ma si muore lo stesso

di Donata Marrazzo


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3' di lettura

Ghetto o tendopoli, il risultato non cambia. A San Ferdinando, nella Piana di Gioia Tauro, le fiamme divampano e uccidono tra le tende blu del ministero dell'Interno proprio come nelle baracche abusive di lamiera rase al suolo lo scorso 6 marzo dalle ruspe dell'esercito. Uno sgombero lampo che ha costretto molti dei braccianti stranieri che alloggiavano nella baraccopoli - circa 1800 - ad allontanarsi dall'area e dai campi in cui erano impegnati nella raccolta delle arance e delle clementine.

Gli effetti dello sgombero
Alcuni vagano tra Jonio e Tirreno, 200 sono stati trasferiti negli ex Sprar e Cas. Circa 400, invece, hanno accettato di spostarsi nella vicina tendopoli realizzata due anni fa dalla Protezione civile regionale e ampliata nei giorni scorsi con le tende del ministero, proprio per far fronte all'emergenza dello sgombero. Ora, concentrate in un'area progettata per contenere provvisoriamente 500 persone, ce ne sono 932.

Il corpo carbonizzato di Sylla Noumo
Uno di loro ha perso la vita in un incendio divampato ieri all'ora della preghiera dell'alba in una tenda occupata da 5 persone, posizionata di fronte alla moschea. Carbonizzato come altri già prima di lui: Moussa Ba, 28 anni, senegalese, Becky Moses, 26 anni, nigeriana, Jaiteh Suruwa, 18 anni, raccoglitore di arance del Gambia. Sylla Noumo, 30 anni, del Senegal, è morto nel rogo di una tenda del ministero installata due settimane fa. Ignifuga, hanno detto. Ma in che senso?
Sono in corso le indagini. Il procuratore capo di Palmi Ottavio Sferlazza durante l'immediato sopralluogo ha parlato con i tecnici e poi spiegato che anche le tende ignifughe posso prendere fuoco, «ma la combustione è molto più lenta». Non al punto, evidentemente, da consentire a uomo di mettersi in salvo, però. Si sospetta un'azione dolosa. L'ipotesi di un corto circuito partito da una matassa di cavi e prese elettriche è poco convincente.

Il nucleo originario della tendopoli
L'ex responsabile della Protezione civile della Regione Calabria Carlo Tansi, che due anni fa ha seguito l'allestimento della tendopoli, fa notare la differenza fra le tende del nucleo originario (riconoscibili dal logo della Regione Calabria) e quelle, di colore più scuro, posizionate dalla prefettura all'inizio di marzo: «La tendopoli è stata concepita nel 2017 come soluzione transitoria al problema dei migranti di San Ferdinando – ricorda Tansi - Abbiamo installato 44 tende Montana, realizzate da Ferrino, azienda specializzata in strutture per operazioni di rifugio e soccorso, con una capienza massima di 500 persone. Ignifughe, impermeabili e dotate di zanzariere. All'interno 6/8 posti letto con reti e materassi. C'erano ampi corridoi d'emergenza e aree di fuga che con l'inserimento delle ultime strutture sono spariti». Ora l'area industriale di San Ferdinando è un accampamento di tende ammassate.

In arrivo moduli abitativi in 10 comuni della Piana
Il ministro dell'Interno Matteo Salvini si dice addolorato «per la morte di una persona a San Ferdinando: se fosse successo nella baraccopoli abusiva il bilancio poteva essere ben più pesante».
«Abbiamo superato la baraccopoli, ora supereremo la tendopoli posizionando nuovi moduli abitativi in dieci comuni della Piana», ha annunciato il prefetto di Reggio Calabria, Michele Di Bari. Container? «Strutture più evolute – ha risposto - da otto posti dotate di bagno e cucina. Una trentina per cominciare».
Ma non è una soluzione che piace agli attivisti del Comitato per l'utilizzo delle case vuote nella Piana di Gioia Tauro («È inaccettabile, crea un'ennesima forma di ghettizzazione», dice Nino Quaranta). Non piace neanche al sindacato Usb («Serve un piano per l'insediamento diffuso») e nemmeno alla Regione.

Programma e risorse della Regione
«Non basta abbellire il ghetto – ha dichiarato il presidente della Regione Calabria Mario Oliverio - ma è necessario predisporre interventi di inserimento e di integrazione nella comunità. La Regione ha avanzato proposte concrete. Serve un intervento attivo, responsabile e convinto da parte dello Stato. Sono necessarie iniziative che consentano di recuperare a civili abitazioni il patrimonio dei beni confiscati, di offrire necessarie garanzie per rendere accessibili le locazioni dei privati che vogliano liberamente mettere a disposizione le abitazioni non utilizzate, di realizzare moduli abitativi idonei all'interno delle aziende agricole. E azione concrete per incentivare le aziende che utilizzano la manodopera degli immigrati. Abbiamo definito in tal senso un programma e destinato risorse importanti per la sua realizzazione». Sul piatto c'è più di 1 milione di euro destinato all'accoglienza dei richiedenti asilo, dei rifugiati e allo sviluppo sociale, economico e culturale delle comunità locali, secondo quanto previsto dalla legge 18 del 2009, prima d'ora mai finanziata.

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