ex paradisi fiscali

San Marino, obiettivo Qe per ripartire: Pil -40% in un decennio

di Alessandro Galimberti


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4' di lettura

La rigenerazione di San Marino - la repubblica più antica al mondo, come orgogliosamente rivendicano qui, 1718 anni di libertà e autodeterminazione - è a un punto di svolta. Uscita dalla scomoda e forse mai abbastanza rimpianta condizione di paradiso fiscale già dieci anni fa (white list per l’Ocse, dal 2014 lo è a tutti gli effetti anche per l’Italia), il futuro del Titano oggi dipende più che mai dall’Europa. Per i 28mila Sanmarinesi doc, a cui aggiungere 5mila italiani residenti, qualche centinaio di stranieri assorbiti e soprattutto 6mila lavoratori frontalieri marchigiano/romagnoli, l’accordo di associazione con l’Ue diventa una questione vitale.

Lo è per le peculiarità della piccola Repubblica, che sui suoi 61 kmq conta industrie (una decina con più di 400 dipendenti), aziende agricole (in pieno sviluppo le coltivazioni biologiche), logistica, ma soprattutto un sistema bancario che in due lustri ha visto sovvertire il banco, da catalizzatore di fortune globali - meglio dire italiane - a grande malato in cerca di una via d’uscita.

A fronte di un Pil sceso a 1,4 miliardi di euro (11 anni fa raggiunse il picco di 2,75 miliardi di dollari, oggi è a 1,65) e con un debito pubblico ufficialmente attorno al 25% - e con garanzie di restare sotto il 27,5% nonostante la frenata del Pil - il tema vero sottostante è l’intervento dello Stato per far fronte al rischio di collasso del sistema bancario. Tra Npl da piazzare sul mercato e buchi da ripianare, in molti qui sussurrano che le dimensioni reali della crisi finanziaria di San Marino somigliano terribilmente al perimetro del Pil, 1,4 miliardi di euro.

In questo scenario sempre più complicato, le trattative assai ardue per concentrare il numero di banche - accorpandole con un faticoso tratto di penna su decenni di rivalità - l’approvazione del recentissimo progetto di legge sulla risoluzione delle crisi bancarie (lo scorso 14 giugno) e gli sforzi per rimodellare modelli di business finanziari sono, alla fine, solo il corollario di una necessità stringente, quella di diventare “più” europei.

Pochi i rapporti con la Ue
San Marino infatti, nonostante la geografia totalmente integrata con l’Italia, è oggi “paese terzo” rispetto ai 28 (o 27?), con i quali condivide solo un accordo di cooperazione doganale (1991) e la Convenzione monetaria del 2000, rivista nel 2012, che autorizza, tra l’altro, il Titano a utilizzare l’euro come moneta ufficiale dello Stato. Però oggi, dieci anni dopo l’uscita forzata dalla comoda dimensione di paradiso, questo cordiale rapporto di vicinanza non basta più. Dal 2015 San Marino, insieme agli apparenti (ma solo apparenti) cugini del Principato di Monaco e del Principato di Andorra ha iniziato il percorso di avvicinamento a Bruxelles, chiarendo però dall’inizio di non voler diventare membro Ue, ma solo di ambire a concludere un «Accordo di associazione» caratterizzato da «diritti ed obblighi reciproci, da azioni in comune e da procedure particolari» (articolo 217 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea).

Il Titano ha un disperato bisogno di Europa, «ma desidera essere considerato nelle sue peculiarità - dice il sSegretario di Stato agli affari esteri, Nicola Renzi - Abbiamo bisogno di individuare limitazioni ad alcuni delle libertà che altrimenti travolgerebbero i nostri Paesi così piccoli, dalla libertà di stabilimento delle persone fisiche alla libera circolazione dei lavoratori fino alla libera prestazione dei servizi». Servono insomma quote “tetto” prestabilite nell’ambito di una sperimentazione temporalmente definita, servirebbe anche una «maggior elasticità e un periodo di adattamento ai parametri del Pil, della disoccupazione, del contenimento della popolazione residente».

La strada però è già tracciata, sono sicuri a queste latitudini, non solo, il rapporto Aguilar dell’11 febbraio scorso «Progetto di raccomandazione del Parlamento europeo» dice chiaramente che questi tre Paesi «hanno rispettato tutti gli impegni sulla trasparenza, sull’equità fiscale e sulle misure anti-Beps», che San Marino è «in difficoltà ad esportare verso Stati Ue» per restrizioni ormai non più giustificabili e che quindi il nuovo Parlamento continentale dovrebbe accogliere i tre nuovi associati. Sulla tempistica, il presidente uscente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker, a inizio primavera aveva parlato della «volontà di arrivare entro ottobre 2019 alla parafatura dell’accordo, o almeno a una dichiarazione politica in tal senso».

«Ciò che San Marino oggi desidera, e per cui sta lavorando assiduamente, è un level playing field con i competitori e con il mercato europeo - chiosa il ministro degli esteri del Titano - Crediamo fermamente nella libera prestazione dei servizi (cioè la possibilità degli operatori finanziari di esercitare all’estero, ndr) e siamo così coerenti da essere già compliant con il 90% degli obblighi internazionali, dall’antiriciclaggio a Basilea 3, ma senza beneficiare dei diritti». Quali? La Lps, libera prestazione dei servizi, appunto, «ma anche il quantitative easing» con la disponibilità di offrire in cambio la sorveglianza bancaria «che vogliamo, ma dopo aver contrattato le due cose di cui sopra».

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