Lo stadio milanese

San Siro, i ricordi di Facchetti e quel futuro ancora da scrivere

Il libro di Gianfelice Facchetti “C'era una volta a Siro Siro”, è uno stimolo a trovare una linea di equilibrio nella decisione sul destino di uno degli stadi più famosi del mondo

di Giulio Peroni

Festa Inter, i tifosi fuori dallo stadio di San Siro

3' di lettura

Il cielo di San Siro è già cambiato. Dal secondo e terzo anello rosso si vedono i grattacieli di City Life. Sono lampi notturni nell'orizzonte, simboli di una città d'orgoglio e di ingegno. Un affascinante skyline che nessuno dei tifosi, con lo stadio inaccessibile, ha ancora visto.

San Siro, Italia. Un pezzo di storia privata, di vita pallonara, di grandeur da rinnovare. San Siro da abbattere o conservare? Milano scalpita, si interroga. Tra ragioni economiche, sociali, persino esistenziali.

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Più che uno stadio

Il Meazza solamente uno stadio non lo è mai stato. Ora, da indiscusso totem, è divenuto simulacro divisorio di una intera comunità. Da sempre appesa e coesa nel suo status di primadonna finanziaria e culturale. La città abituata a vivere di domani, gasata nella sua propensione avanguardista, stavolta si concede un time-out. Si domanda, con non pochi patemi, se la sua storia, il suo vanto siano ancora leve decisive e imprescindibili del proprio sviluppo. Cosi come i sentimenti che le sorreggono.

San Siro è la storia di questa metropoli. Il tema della costruzione di un nuovo impianto (spesa 564 milioni), di un quartiere da ridisegnare (costo 427 milioni) attorno a un nuovo e più funzionale San Siro, in queste ore trova sbocco nella terza festa scudetto dei tifosi interisti, che dalle 10 di questa mattina sono davanti a allo stadio. Non sono solo ultrà, irriducibili della bandiera e dei tamburi. Sono anche professionisti, avvocati, imprenditori, che nel rito ancestrale del tifo, nel magnetismo di questo luogo “per sempre” riconoscono una vita, una storia infinita, perfino se stessi.

Fan del “vecchio” San Siro

A Milano una consistente fetta di intellighenzia (e non solo) si sta chiedendo con insistenza quale sia la piattaforma ideale su cui prendere la decisione finale sul Meazza che sarà. Quale sia il giusto criterio di scelta per un domani che non profumi di pentimento. Che al contempo non sia fonte di involuzione, condizione peraltro anti storica nella tradizione milanese. Ne hanno parlato, schierandosi dalla parte del “vecchio San Siro”, Roberto Vecchioni, Enrico Mentana («Solo un pazzo lo rottamerebbe»), alcuni ex calciatori tra cui Alessandro “Spillo” Altobelli. Contrapponendo il valore storico a logiche di crescita finanziaria, dunque sportiva, dei due club.

I progetti di Inter e Milan

Inter e Milan vogliono uno stadio nuovo. In una cittadella del calcio condivisa, tutta loro, immersa in un progetto di edilizia. Un planning che porterebbe al raggiungimento di oltre 120 milioni di ricavi: 70 per il nuovo impianto, 50 per il distretto commerciale. A quale prezzo sociale? Gianfelice Facchetti, scrittore, regista teatrale, figlio del grande Giacinto, ha riportato tutti ai nastri di partenza. Invitando ogni componente, cittadini inclusi, a «doverose domande», senza la presunzione di avere risposte. Il libro di Facchetti “C'era una volta a Siro Siro”, edizione Piemme, prefazione di Luciano Ligabue, è la carezza del ricordo (in questo catino sono epici e tanti), ma anche stimolo a trovare una linea di equilibrio, irrinunciabile, nella valutazione degli elementi economici e sociali che devono, tutti quanti, partecipare a una decisione decisiva ed epocale per Milano.

Le ipotesi sul destino dello stadio sono tre. Abbattere San Siro (Inter e e Milan vanno in questa direzione concentrati su un progetto comune), mantenere l'impianto attuale ma diverso (terzo anello adibito a ristorante), effettuare un robusto restyling per ammodernare una struttura un po' datata, ma forse ancora eccelsa. Giudicata tale dall'Uefa, che nel 2016 la scelse come sede della finale di Champions League.

La necessità di un confronto

Nel ricordare chi e cosa ha reso magico ed immortale questo totem, molto più che sportivo e pedatorio, Gianfelice non si schiera e punta dritto alla necessità di un doveroso confronto. Che non escluda niente e nessuno. Senza «che la nostalgia sia la chiave di lettura di tutto e senza entrare nel merito di competenze tecniche». Ma ricordando, nel bellissimo libro, che «siamo i luoghi che abbiamo attraversato, siamo la casa che abbiamo abitato, siamo la strada percorsa, la strada solcata. Siamo i posti che ci hanno ospitato. Siamo lo stadio. Siamo San Siro».

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