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Spagna al voto, Sanchez si gioca tutto ma sarà la Catalogna a decidere le elezioni

Il Parlamento frammentato non potrà esprimere una maggioranza stabile. La Catalogna ha condizionato tutta la campagna e sarà in cima alla lista delle emergenze del prossimo governo di Madrid, quando e se il leader socialista riuscirà a formarlo. A trarre vantaggio dallo scontro con Barcellona è solo la destra xenofoba

dal nostro inviato Luca Veronese


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Il primo ministro spagnolo Pedro Sanchez durante il comizio conclusivo della campagna elettorale, ieri a Barcellona( REUTERS)

5' di lettura

MADRID – Sarà la Catalogna a determinare i risultati di queste elezioni spagnole. Per tutta la campagna i partiti di sinistra e di destra si sono scontrati su come la Spagna debba gestire la crisi con al regione di Barcellona: tra pugno di ferro, sentenze dei giudici, dialogo e riforme istituzionali. E la Catalogna sarà in cima alla lista delle emergenze del prossimo governo di Madrid, che sia guidato dal socialista Pedro Sanchez (con l’appoggio della sinistra estrema) o che nasca dal compromesso tra i Socialisti e gli schieramenti di centro-destra, Popolari e Ciudadanos.

In Catalogna uno scontro pericoloso e senza soluzioni
«Fino a dove può portare lo scontro tra la Spagna e la Catalogna? Fino a quando i leader politici nazionali e catalani potranno esimersi dal cercare un percorso di dialogo concreto se non una soluzione alla crisi tra Madrid e Barcellona?», si chiede Alberto Lopez Basaguren, costituzionalista basco, uno dei massimi esperti dei processi indipendentisti, anche per avere studiato a lungo i casi di Scozia e Quebec.

«La spaccatura si va allargando da anni – dice ancora Basaguren – e diventa sempre più profonda. La situazione politica e sociale è sempre più pericolosa per tutti. Anche in questa campagna abbiamo sentito accuse reciproche strumentali ma non ci sono state proposte per avviare un percorso di pacificazione condivisa. L’unica risposta alle rivendicazioni indipendentiste catalane è venuta dalla destra estrema di Vox, spesso con il coro dei Popolari e di Ciudadanos: pungo di ferro, polizia, repressione. I Socialisti sono entrati nel panico e non hanno difeso nemmeno le loro tradizionali posizioni di dialogo».

I neo-franchisti di Vox sono arrivati fino a fare approvare, all’assemblea regionale di Madrid, una mozione che metterebbe fuori legge i partiti indipendentisti, raccogliendo anche i voti di popolari e Ciudadanos. «Una follia, una ferita gravissima per la democrazia spagnola, il segno del pericolo che stiamo correndo», afferma Basaguren.

I sondaggi, Socialisti in difficoltà, avanzano i neo-franchisti di Vox
Secondo i sondaggi, il voto di domenica 10 novembre, il quarto in quattro anni, peggiorerà la situazione di incertezza della politica spagnola, nella quale si avrà un Parlamento ancora più frammentato di quello uscito dalle elezioni di aprile. Sono circa 37 milioni gli spagnoli con diritto di voto e tra loro ci sarebbero ancora tre milioni di indecisi.

I Socialisti dovrebbero confermarsi in testa ai consensi, con circa il 27%, ma lontanissimi dalla maggioranza assoluta (di 176 seggi sui 350 complessivi della Camera bassa) anche se dovessero mai riuscire a trovare un accordo di governo con la sinistra anti-sistema di Unidas Podemos.

I Popolari e Ciudadanos sembrano contendersi le preferenze dello stesso bacino elettorale in un gioco a somma zero. E il loro tentativo di spostarsi dal centro verso destra potrebbe dare notevoli vantaggi a Vox, l’estrema destra neo-franchista, la cui crescita rappresenta la vera preoccupante novità di queste ore: potrebbero raggiungere il 13,5% dei consensi e 46 deputati, rompendo così una sorta di immunità al populismo e alla dsstra xenofoba che la Spagna vantava in Europa.

Mentre i partiti nazionalisti regionali, spesso decisivi in passato per gli equilibri nazionali, stanno facendo una corsa tutta loro: con gli indipendentisti catalani a rifiutare ogni dialogo,dopo la sentenza che ha condannato per sedizione i loro leader a un totale di 100 anni di carcere.

Sanchez insiste sulla via portoghese
Sanchez insiste nel suo progetto di un governo monocolore socialista sostenuto dall’esterno da Podemos e da chi in Parlamento, di volta in volta, si troverà d’accordo con i provvedimenti proposti. Ma questa via portoghese ha già fatto saltare ogni possibilità di intesa con la sinistra estrema, portando alle elezioni anticipate.

Il leader socialista ha messo sul tavolo un programma economico e sociale in 370 punti, pescando anche dalle proposte di Podemos: ci sono la riforma del mercato del lavoro, l'aumento del salario minimo, la protezione delle pensioni, la tassazione minima del 15% per le grandi società, la tassa per i big di internet, la transizione all'economia verde; così come misure sociali per aiutare le fasce più deboli della popolazione: sulla casa, sull'asilo pubblico, sulla scuola e sulle prestazioni mediche; oltre alle proposte per eliminare le differenze di genere e per regolare meglio il diritto all’eutanasia.

Ma Podemos per sostenere il governo vuole farne parte, con propri ministri. E in ogni caso, prima di tutto, prima delle scelte politiche – come ha spiegato lo stesso Sanchez - «gli spagnoli devono andare a votare per dare un governo alla Spagna» e sbloccare la politica nazionale.

Catalogna decisiva nel voto nazionale
Tutti i leader dei grandi partiti nazionali sono passati da Barcellona negli ultimi giorni di campagna. A determinare le scelte degli spagnoli potrebbe davvero essere la Catalogna, la questione che più divide i partiti e gli elettori. Nella regione la presenza delle forze dell’ordine è stata intensificata per prevenire eventuali disrdini domenica. «Sanchez ha fatto male i calcoli quando ha deciso di sfidare tutti con un voto anticipato.

Poi ha perso il controllo dell’agenda della campagna, perché la sentenza contro i leader catalani lo ha messo in un vicolo senza uscita e ha favorito le posizioni delle destra unionista», sottolinea Oriol Bartomeus, politologo dell’Università autonoma di Barcellona. «Dall’altra parte della crisi, in Catalogna – dice Bartomeus – i secessionisti hanno perso il loro orizzonte strategico, non sanno come e dove andare. Per questo la crisi sembra non avere soluzioni». A complicare ulteriormente le cose c’è anche la divisione interna al fronte indipendentista: JxCat con il leader Carles Puigdemont in esilio in Belgio ribadisce la linea dura verso la secessione, mentre la Sinistra repubblicana catalana, con il leader Oriol Junqueras in carcere, potrebbe scegliere di trattare con il governo di Madrid

I rischi per l’economia spagnola e catalana
La Banca di Spagna ha avvertito sui rischi dell’incertezza politica spagnola e della crisi in Catalogna: «Non si può escludere – ha fatto sapere l’istituto centrale spagnolo - che la persistenza dell’incertezza sugli sviluppi futuri delle politiche economiche e i recenti eventi in Catalogna possano aver un impatto negativo sull’attività economica».

Mentre la Camera di Commercio di Barcellona ha appena tagliato le stime di crescita dell’economia catalana, che da sola vale un quinto del prodotto interno spagnolo: a causa della difficile congiuntura internazionale e della situazione interna, il Pil della regione dovrebbe crescere dell’1,9% nel 2019 e dell’1,7% nel 2020, quattro decimi in meno di quanto previsto pochi mesi fa. Ma comunque in linea con il rallentamento del Pil spagnolo.

«Gli unici a trarre vantaggio dalla crisi in Catalogna sono i populisti di destra di Vox. E anche questo – conclude Basaguren - è davvero un elemento allarmate che dovrebbe fare riflettere i leader dei partiti nazionali e anche quelli che chiedono l’indipendenza della regione».

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