buon compleanno

Sandro Munari, i 79 anni di un campione inarrivabile

di Mattia Losi


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Sandro Munari e Mario Mannucci vincitori del Rally di Montecarlo del 1975 (Afp)

3' di lettura

Raccontare i campioni del passato può sembrare un esercizio tutto sommato facile: si prendono i successi più importanti, li si condisce con qualche frase di circostanza, possibilmente mirata a suscitare un po’ di commozione, e il gioco è fatto. Però ci sono campioni speciali che non si meritano un trattamento di questo tipo: perché oltre a segnare la loro epoca hanno fatto da spartiacque per la storia del loro sport. Hanno diviso il trascorrere del tempo in «prima» e «dopo»: prima e dopo le loro vittorie, prima e dopo le loro sconfitte, prima e dopo che la loro presenza scolpisse come sulle tavole della legge le regole auree a cui nessuno, dopo di loro, si è potuto sottrarre.

Sandro Munari, detto «Il Drago», è uno di questi campioni: uno dei pochissimi che hanno avuto la capacità di far compiere al proprio sport un balzo in avanti che, senza di lui, avrebbe richiesto qualche decennio. Non tanto e non solo per le vittorie, ma per come sono state raggiunte. Il rallysmo mondiale, ancora oggi, si divide in un «prima e dopo» Munari. Sandro, negli anni 60 e 70, è stato il primo a curare ogni singolo particolare che avesse riflessi sulla prestazione in gara: l’alimentazione (e in quei tempi non ci pensava nessuno), l’abbigliamento, la preparazione della macchina con un continuo dialogo con i tecnici, la ripetizione quasi ossessiva delle prove per essere certo di non trascurare nemmeno un particolare. Perfino la posizione dell’orologio da polso, rigorosamente portato sulla destra perché la corona di regolazione non potesse dargli fastidio muovendo la mano sul volante.

Sandro Munari è così, perfezionista in tutto. E dico è (non è stato) perché questo tratto ha contraddistinto tutta la sua vita. Dai primi testa coda provati e riprovati nei dintorni di Cavarzere, dove è nato il 27 marzo del 1940, fino alle esperienze professionali dopo le corse (se in Lamborghini negli Anni 90 sono riusciti a risolvere il problema del surriscaldamento dei freni della Diablo lo devono a lui).

Pilota di straordinario talento, nella vita e nello sport (che per lunghi anni si sono sovrapposti quasi fino a confondersi) ha sempre scelto quella che pensava fosse la via giusta, mai la più facile. Mai un compromesso. Bianco o nero. Giusto o sbagliato. Pronto a dire anche le cose più sgradevoli piuttosto che cedere alla tentazione di una bugia: perché se l’avesse detta, quella bugia, sarebbe stata insopportabile soprattutto per lui.

È stato grande, il più grande nei Rally: se il suo nome compare una sola volta nell’elenco dei campioni del mondo, nel 1977, è perché prima quel titolo non c’era, altrimenti sarebbe stato un dominio. E l’anno dopo si è ritirato. Ma ha firmato capolavori che sono rimasti nella leggenda del suo sport. Come la prima vittoria al Montecarlo nel 1972, che tutti gli appassionati ricordano, quando nessuno credeva potesse portare la Fulvia HF in cima alla classifica. Al suo fianco c’era Mario Mannucci, un altro numero uno assoluto: la loro macchina, data per inadeguata al momento della partenza, in quasi 5mila chilometri di gara non è mai scesa sotto il terzo posto. E quel trionfo sarebbe stato il trampolino per le straordinarie affermazioni che sarebbero arrivate, di lì a poco, con la Stratos.

Qualche anno prima, nel 1967, aveva stupito il mondo in coppia con Luciano Lombardini. Al Tour de Corse aveva tra le mani i 123 cavalli della Fulvia HF 1400. Pochissimi per pensare in grande. Pochissimi per contrastare gli equipaggi ufficiali targati Alfa Romeo, Ford, Citroen, Cooper, Porsche, Renault Alpine e R8 Gordini. Pochissimi se non ti chiami Sandro Munari: e infatti, sull’ultimo traguardo, avrebbe messo dietro tutti gli avversari dopo una specie di gioco al massacro che aveva visto il ritiro di 81 macchine sulle 98 schierate alla partenza.

Ha primeggiato ovunque abbia corso: rally, pista, prototipi. Gli davano una macchina e lui andava più veloce del vento. Vent'anni dopo il ritiro, per divertimento, si è presentato ormai 56enne alla cronoscalata Trento-Bondone con una Ford Escort Cosworth e i colori del Jolly Club: gli stessi che lo avevano visto debuttare in corsa. Il Drago, ancora una volta, sarebbe stato il più veloce.

E così, velocissimo, Sandro è arrivato al traguardo dei 79 anni. Marito, padre e da qualche tempo anche nonno. Li festeggerà in famiglia, quella famiglia che ha apparentemente trascurato negli anni delle corse, ma che è sempre stata per lui la cosa più importante.

Ogni anno ricordo il suo compleanno, e ogni anno mi sento dire: «Ti sei ricordato anche questa volta...». Certo che mi sono ricordato: un uomo così, un campione così, un amico così come fai a dimenticarlo?

Buon compleanno Sandro, buon compleanno.

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