lettera aperta

Sandro Munari, il compleanno di un uomo vero diventato leggenda

di Mattia Losi

Sandro Munari saluta il pubblico dopo il successo nel Rally di Montecarlo del 1975 (AFP Photo)

4' di lettura

Caro Sandro,
ho scritto e riscritto queste righe almeno una decina di volte, senza trovare le parole. Perché gli articoli, in fondo, sono un po’ come i motori: non basta che girino e facciano rumore, devono suonare la musica giusta. Così, alla fine, ho deciso di affidarmi a due date. Due momenti della tua lunga e straordinaria carriera che ti sono rimasti nel cuore: il 6 novembre 1967 e il 28 gennaio 1972.

La prima segna la madre di tutte le vittorie: che non è il Rally di Montecarlo, come tanti potrebbero pensare, ma il Tour de Corse in coppia con Luciano Lombardini. Con una Fulvia HF 1400 e appena 123 cavalli a disposizione. Contro, tutto il mondo: Alfa Romeo, Ford, Citroen, Cooper, Porsche, un’intera armata targata Renault con otto Alpine e tre R8 Gordini; 27 equipaggi ufficiali a comporre uno schieramento che non si sarebbe mai più rivisto. Possibilità di vittoria, zero. Anche perché si correva sull’asfalto. Eppure, nelle mani magiche del Drago, già dopo la prima speciale la piccola Fulvietta svettava in cima alla classifica. Il più vicino, staccato di tre secondi in soli 23 chilometri, era Vic Elford con la “mostruosa” Porsche 911: vincitore del Montecarlo di quell’anno e pilota di Formula 1, abituato alla velocità pura. Nemmeno lui ti avrebbe ripreso. Tutti al traguardo avrebbero fatto da ancelle alla Fulvia HF, che sulle strade ricoperte di foglie e castagne volava dipingendo le inimmaginabili traiettorie che solo Munari sapeva immaginare.

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La seconda data è il 28 gennaio 1972: il trionfo di Montecarlo, insieme a Mario Mannucci. Il primo di una lunga serie che ti avrebbe portato a essere di casa, per i festeggiamenti del vincitore, nel Palazzo del Principe Ranieri. Eppure a chi ti domanda quale sia stata la soddisfazione più grande non rispondi mai: «Alzare la Coppa». Per te il premio più grande è stato costringere la Fiat a riaprire le linee di montaggio della Fulvia, a restituire un impiego a centinaia e centinaia di persone quando tutto sembrava finito. Altre cinquantamila macchine prodotte e vendute, altri anni di lavoro che davano tranquillità a molte famiglie.

Due date. Due semplici date che spiegano l’uomo e il campione. Anche se dire campione, nel tuo caso, non basta. Perché nello sport ci sono campioni e campioni. Ci sono quelli che durano un giorno, bravi a compiere un’impresa ma incapaci di ripetersi. Ci sono quelli che durano anni, un’intera carriera: ma anche questi, prima o poi, finiscono per essere rimpiazzati da un nuovo idolo più giovane, più bravo, più forte.

E poi ci sono i campioni come te, i campioni di una vita. Quelli che non tramontano mai. Perché vediamo passare intere generazioni di piloti eppure, tra i grandissimi di ogni tempo, Sandro Munari c’è sempre. Perché non riusciamo a vedere un rally senza pensare che, con te in gara, si correrebbe per il secondo posto.

Il Drago è il campione di una vita per decine di piloti: che hanno lottato con te sulle strade di tutto il mondo ma che oggi, seguendo la prima legge dello sport che si chiama “rispetto”, riconoscono la tua grandezza, quel qualcosa in più che segna la linea di demarcazione con i fuoriclasse. Il Drago è il campione di una vita per migliaia di tifosi, che non hanno mai smesso di adorarti. E il Drago è il campione di una vita anche per me, che da bambino sognavo di ripetere le tue straordinarie imprese e di percorrere i tornanti del Turini mettendo dietro tutti, uno dopo l’altro. Non ci sono riuscito, ovviamente: il Dio dei motori, dopo aver creato Sandro, si è accorto che era venuto troppo bene e ha buttato lo stampo.

I campioni di una vita sono così: ti regalano tutto e noi, i tifosi, non sappiamo ripagarli in modo adeguato. Ricordo quando mi hai invitato a casa tua per conoscermi, dopo aver letto un mio articolo. Ricordo l’abbraccio con cui mi hai accolto, come si fa con un amico che si rivede dopo tanto tempo. Lo stesso abbraccio che mi regali tutte le volte che ci incontriamo: un abbraccio che mi porta sulle strade del Montecarlo e tra le polveri del Safari, sugli sterrati del Sanremo e nelle foreste inviolate del Rac. Un abbraccio che profuma della velocità inafferrabile del Nürburgring e della Targa Florio, un abbraccio che ogni volta allarga il solco del debito accumulato nei tuoi confronti.

Con i campioni di una vita è così: speri di riuscire a restituire una piccolissima parte delle emozioni che ti hanno regalato e invece... niente da fare. Arrivi al traguardo, butti un occhio alla classifica e nella vita come in gara finisce sempre nello stesso modo: primo Munari, dietro tutti gli altri.

A essere sinceri fino in fondo, però, le date da ricordare sono tre: l’ultima, il 27 marzo 1940, è la più importante. È il giorno della tua nascita, in quella piccola Cavarzere che non immaginava chi saresti diventato. Il contatore del tripmaster, quest’anno, segna quota 77.

Nessuno di noi tifosi, io per primo, riuscirà mai a dirti davvero quanto sia stato importante avere un Drago per cui fare il tifo, quanti momenti di gioia tu ci abbia regalato. Ma credimi , è stato fantastico.

Auguri campione, buon compleanno.

Riproduzione riservata ©

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