81ESIMO COMPLEANNO

Sandro Munari, il fuoriclasse che ha cambiato la storia dei rally

Un campione inarrivabile che ha portato il suo sport nell’era moderna scrivendo pagine indimenticabili entrate nella leggenda

di Mattia Losi

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Sandro Munari e Mario Mannucci vincitori del Rally di Montecarlo del 1975 (Afp)

5' di lettura

Nello sport, in tutti gli sport, anche tra chi ha le capacità per diventare un professionista ci sono diversi livelli di abilità: c’è chi li pratica al massimo delle sue forze con risultati appena accettabili, chi si toglie qualche soddisfazione, chi arriva alla vittoria sfruttando i talenti ricevuti, ma senza aggiungere nulla di particolare a quello che ha ricevuto in dono da Madre Natura. Poi ci sono i campioni, una categoria a parte: fatta di poche persone che alle caratteristiche innate aggiungono impegno, costanza, volontà. Di solito sono loro a diventare i protagonisti del proprio sport, a ottenere un buon numero di vittorie, a duellare nel corso degli anni per mantenere il primato. Diventano idoli delle folle, fino a quando qualcuno riesce a sostituirli.

In effetti, a essere onesti, c’è poi un’altra categoria: i suoi membri si contano sulle dita di una mano nell’arco di un secolo, diventano leggende. Sono i campioni tra i campioni, gli inarrivabili, quelli destinati a cambiare la storia del proprio sport facendogli compiere un balzo improvviso nel futuro. Entrano nel cuore dei tifosi e... ci restano. Per sempre. Non importa chi arrivi dopo, quanto e cosa vinca. Restano sempre al loro posto, sul gradino più alto del podio, imbattibili per chiunque li abbia visti e per chi, senza averli visti, ne abbia sentito raccontare le imprese.

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Sandro Munari è uno di questi pochissimi uomini straordinari: campione tra i campioni, che lo guardano con ammirazione e rispetto sapendo che lui, soprannominato Il Drago, aveva comunque un “qualcosa in più” che lo rendeva unico. Baciato da un talento straordinario, ha segnato lo sport dei motori costruendo con pazienza, giorno dopo giorno, sacrificio su sacrificio, un campione ancora più immenso di quanto avrebbe potuto comunque essere, senza sforzi.

Sandro non si è mai accontentato, non è nel suo carattere: in genere uomini così vengono chiamati perfezionisti, ma la definizione non è corretta. Per spiegarli fino in fondo bisogna ricorrere a una frase, una singola parola non basta: il Drago non è stato solo un perfezionista, è stato un pilota e un uomo che ha sempre rispettato i talenti che ha ricevuto, che non li ha mai usati per arrivare al traguardo ma per spingersi oltre. Per spostare il limite sempre più avanti; per rendere accettabili anche le sconfitte, sapendo di non avere nulla di cui rimproverarsi.

Il Drago è stato, ed è, tutto questo: possiamo veder correre chiunque e su qualunque macchina, ma il pensiero che ci accompagna è sempre lo stesso: “se ci fosse Sandro...”. Certo: se ci fosse ancora Sandro, con il volante tra le mani, vincerebbe lui. Che ha corso quando i rally erano rally, non scampagnate di pochi chilometri. Quando le macchine erano macchine, e al posto dei controlli elettronici usavi il freno con il piede sinistro mentre tenevi il destro affondato sull’acceleratore. Quando pennellare i tornanti, con il muso della macchina fermo e il posteriore a disegnare un semicerchio, voleva dire sfidare la morte con il sorriso sulle labbra. Quando le strade scoprivano i vantaggi dell’asfalto, ma conservavano ancora intatta la loro natura sterrata, riempiendo di polvere gli occhi e la gola di piloti e tifosi.

Sandro ha corso quando le gomme erano dette chiodate perché i chiodi ce li piantavano per davvero. Quando neve, tempesta, buio e nebbia non fermavano le gare. Quando la sfida all’impossibile era il pane quotidiano e per avere notizie su quello che stava accadendo in gara stavi, se andava bene, con l’orecchio incollato alla radio di casa.

In questi tempi ancora eroici, a cavallo tra gli anni 60 e 70, Sandro ha scoperto per primo l’importanza dell’alimentazione, passando dai panini al prosciutto del trionfale Montecarlo del 1972 a una dieta equilibrata e studiata appositamente per ottenere il massimo dal proprio fisico. Oggi è la norma, allora un’intuizione che tutti avrebbero seguito nel tempo.

Sandro ha capito per primo che il pilota non doveva essere solo pilota, ma doveva conoscere il mezzo meccanico che portava in gara: capirne pregi e difetti, suggerire modifiche e correzioni, essere il più attento dei collaudatori per portare la macchina vicina alla perfezione. Ha capito l’importanza della squadra, dei compagni. Consapevole che da soli, prima o poi, per quanto si possa essere forti qualcosa non funziona come dovrebbe.

Ha vinto tanto, tantissimo: il Montecarlo, il rally più famoso del mondo, è stato come il giardino di casa sua. Andava a farci un giro, e tornava con la coppa del vincitore. Ma quanta fatica, preparazione, impegno, studio e allenamento, dietro quel giretto. Sembrava facile, visto da fuori, perchè il Drago ti aveva abituato a cose straordinarie: ma nulla era facile, nulla accadeva per caso.

È stato il primo campione del mondo rally, anche se l’albo d’oro recita “Coppa Fia piloti” perché il mondiale vero e proprio sarebbe stato introdotto l’anno dopo, quello del suo ritiro. Avessero deciso di assegnarlo prima ne avrebbe fatto collezione. Ma in fondo poco importa, perché nel cuore dei tifosi, dei suo compagni, dei suoi colleghi, Sandro è Sandro: campione dei campioni. Ovunque gli abbiamo messo in mano un volante è arrivato alla vittoria: rally, pista, strada, prototipi (un mondiale con la Ferrari, tanto per gradire...).

Anche i Draghi invecchiano. E anche i Draghi, proprio come le macchine, con il passare del tempo iniziano ad avere qualche problemino di meccanica: e non è un segreto perché lo racconta con amore e senza falsi pudori sua moglie Flavia. Flavia sì, proprio come la prima Lancia ufficiale con cui Sandro aveva corso il primo Montecarlo nel 1966. Una Flavia con il numero 14: un altro segno del destino perché proprio con quel numero 14 avrebbe portato, insieme a Mario Mannucci, la Fulvia HF all’incredibile vittoria del 1972.

Il 27 marzo 2021 Sandro Munari compie 81 anni. Festeggerà il compleanno protetto dalla sua famiglia: l’unica Squadra che possa reggere il confronto con la leggendaria Squadra Corse Lancia di quegli anni meravigliosi e irripetibili. La moglie Flavia, i figli Matteo, Alessia e Marialuce e un gruppo che si sta allargando con i nipoti, perché anche i Draghi diventano nonni.

E poi, insieme a lui in questo anno maledetto che ci ha tolto la consolazione di un abbraccio, ci saremo tutti noi. Lontani, ma vicini. I tifosi, gli amici, i compagni di strada in quelle gare scolpite nella polvere e nelle tempeste che hanno segnato per sempre i nostri ricordi. E ci sarò anch’io, Sandro, ad abbracciarti forte. Incurante dei miei quasi sessant’anni perchè, di fronte al Drago, sono sempre lo stesso bambino di 11 anni che nel gennaio del 1972 è arrivato a scuola sventolando il giornale: Munari e Mannucci in cima al Montecarlo. E tutto il mondo a guardare. Buon compleanno.

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