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Sanità, caos liste d’attesa in una Regione su due

di Barbara Gobbi


Liste d’attesa, primo ostacolo alle cure: 15 mesi d’attesa per una cataratta

3' di lettura

Un pianeta opaco e difficilmente raggiungibile: così si presenta il Servizio sanitario nazionale al cittadino che vuole informarsi su tempi di attesa e disponibilità di visite ed esami. In un decennio solo nove delle 21 Regioni e Province autonome hanno creato un sito web interattivo per orientare gli utenti a scegliere strutture e prestazioni. Sono Emilia Romagna, Lazio, Toscana, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Provincia autonoma di Bolzano e, per il Sud, la sola Basilicata. Le altre si limitano a fornire un archivio storico o rinviano ai siti delle aziende sanitarie. In Calabria è buio pesto: nessuna informazione.

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«Dalla nostra prima survey del luglio 2018 registriamo un miglioramento, ma la trasparenza è ancora una chimera», certifica Nino Cartabellotta, presidente della Fondazione Gimbe, che oggi pubblica il suo Report indipendente sulla rendicontazione pubblica dei tempi d’attesa. Il monitoraggio delle informazioni sui siti web di Regioni e aziende sanitarie era stato richiesto già dal Piano nazionale liste d’attesa 2010-2012 ed è stato confermato dal nuovo Piano 2019-2021. Ma quelle previsioni sono rimaste lettera morta: «Di fatto – afferma Cartabellotta - il check annuale previsto dalla legge a garanzia di trasparenza e accesso non lo ha fatto nessuno: né lo Stato sulle Regioni, né le Regioni sulle aziende sanitarie. Il caos-liste in Italia deriva anche da questo: non si può governare un fenomeno di cui non si conoscono i dati».

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Il quadro della situazione
Dall’analisi dei nove portali interattivi emerge un quadro estremamente eterogeneo. Oggi nessuna Regione fornisce sia le informazioni sulle performance regionali sul rispetto dei tempi massimi di attesa, sia i tempi delle strutture per ciascuna delle 43 prestazioni oggetto di monitoraggio. Toscana, Lazio ed Emilia Romagna permettono di conoscere le prestazioni erogate o meno entro i range, ma non i tempi di attesa per struttura. Situazione inversa per gli altri sei portali: Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Piemonte, Valle d’Aosta, Basilicata e Bolzano consentono di conoscere la prima disponibilità di ogni esame o visita, ma non le performance regionali.

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Le prospettive
«La sfida del nuovo Piano nazionale sarà proprio attivare quel sistema di controlli e di rendicontazione che è rimasto sulla carta» spiega Cartabellotta. Gli strumenti non mancano, a cominciare dall’Osservatorio nazionale sulle liste d’attesa istituito dal Piano 2019-2021. Ma, soprattutto, le Regioni hanno ora a disposizione un tesoretto da 400 milioni di euro che il Governo - tra legge di Bilancio e decreto fiscale - ha destinato per il triennio alla gestione della “bestia nera” liste d’attesa. L’obiettivo è finanziare le infrastrutture tecnologiche per i sistemi di prenotazione elettronica delle prestazioni e forse sarà questa la leva per contrastare la “pigrizia” regionale.

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Intanto, solo la metà delle Regioni ha fatto proprio il nuovo Piano nazionale, che andava adottato entro il 22 aprile. A tenere il conto è il portavoce della Fnopi, la Federazione nazionale degli infermieri, Tonino Aceti: «Il Piano - afferma - è stato recepito da Puglia, Marche, Emilia Romagna, Valle d’Aosta, Basilicata, Umbria, Toscana, Sicilia, Molise e Lazio, mentre Lombardia e Abruzzo sono alla firma della delibera». L’essenziale è che gli atti si trasformino in fatti: finora invece, secondo il report Gimbe, solo il 18% delle 269 aziende sanitarie rende disponibile il piano per il contenimento delle liste d’attesa. «Tutto ciò che non viene reso pubblico, per definizione non esiste- ricorda tranchant Cartabellotta–. La speranza è che ora le Regioni si decidano a dar conto ai cittadini dei servizi disponibili. Includere il rispetto dei tempi d’attesa tra gli indicatori di monitoraggio dei Livelli essenziali di assistenza potrebbe essere la via. Altrimenti non ne veniamo fuori».

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