INDAGINE FHI

Sanità digitale, medici italiani tra i primi al mondo nell’uso delle tecnologie

Philips pubblica i risultati del Future Health Index 2019: l'88% dei professionisti sanitari italiani dichiara di aver utilizzato digital health technology o app nel proprio ospedale o nello studio privato. Ma rimangono ritardi su telemedicina e cartella elettronica

di Ernesto Diffidenti


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(Sikov - stock.adobe.com)

2' di lettura

L'Italia non è solo il paese dei casi di malasanità o dei tagli indiscriminati ai servizi. Secondo Philips - che ha reso pubblici i risultati del Future Health Index (FHI) 2019 - il nostro Paese figura al primo posto in Europa, e tra i primi al mondo, per l'utilizzo delle tecnologie digitali da parte dei professionisti sanitari. L'indagine, condotta in 15 paesi e giunta alla sua quarta edizione, si concentra sul ruolo che la digital health technology svolge nel migliorare sia l'esperienza di cura dei pazienti sia quella dei professionisti del settore sanitario.

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L’88% dei professionisti sanitari italiani dichiara di aver utilizzato digital health technology o app nel proprio ospedale o nello studio privato, contro una media FHI del 78%. I camici bianci, tuttavia, ammettono ritardi sul terreno della condivisione dei dati, della telemedicina e della cartella clinica elettronica (Cce), utilizzata solo dal 57% dei professionisti (media FHI del 76%).
A frenarne una maggiore diffusione, la percezione da parte di alcuni operatori di ripercussioni negative sul proprio carico di lavoro e sul tempo dedicato ai pazienti. Tuttavia l'indagine ha rivelato che i professionisti che utilizzano le Cce ne riconoscono l'impatto positivo sulla propria soddisfazione professionale (73%), sulla qualità dei servizi erogati (73%) e sui risultati clinici (63%).

Medico-paziente: è l’ora della condivisione dei dati
«I professionisti sanitari attivi e tecnologicamente preparati - commenta Simona Comandè, General manager Philips Italia, Israele e Grecia - riconoscono i vantaggi della sanità digitale per se stessi e per i pazienti, mentre pazienti informati e responsabilizzati prestano maggiore attenzione alla cura della propria salute, con ricadute positive anche sui costi per il sistema sanitario nazionale. La relazione medico-paziente è arrivata un nuovo decisivo punto di evoluzione: la condivisione dei dati. La Cce è una cartina al tornasole: c'è ancora da fare in questo campo».

L'Italia segna il passo anche in tema di telemedicina, con ben 4 professionisti della salute su 10 che dichiarano di non averla mai utilizzata. Eppure, questo strumento potrebbe essere di grande utilità nel risolvere uno dei problemi più sentiti dai pazienti italiani, quello dei tempi di attesa per le visite, che 8 intervistati su 10 ritengono troppo lunghi. Progressi necessari anche nell'ambito della condivisione dei dati tra pazienti e professionisti sanitari, visto che solo 1 paziente su 5 condivide i dati rilevati.

Dal canto loro i pazienti vogliono esercitare un maggiore controllo e disporre di informazioni su tutti gli aspetti della loro vita, come dimostra il fatto che il 76% che non ha o non sa di disporre dell'accesso alla propria cartella clinica elettronica dichiara di volerlo. Il 91% degli italiani che hanno accesso ai propri dati è disposto a garantirlo anche al professionista sanitario e il 43% degli stessi si definisce proattivo, contro il 28% tra quanti non hanno accesso. Anche i pazienti, così come i professionisti della sanità, vedono nella difficoltà di condivisione dei dati il principale ostacolo all'adozione della digital health technology, problema a cui si sommano le preoccupazioni sulla sicurezza dei dati sanitari. In ogni caso circa 1/3 degli italiani che non utilizzano tecnologie sanitarie digitali o app afferma che probabilmente ne farebbe uso senza farsi problemi.

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