Sanità: fondi scesi al 6,3% del Pil, ai minimi dal 2007
Nonostante l’ultima manovra finanziamento effettivo tagliato dall’inflazione:
servirebbero 9,2 miliardi per tornare al 6,7%
di Gianni Trovati
3' di lettura
L’affanno finanziario della sanità pubblica italiana è tornato in modo prepotente al centro della cronaca negli ultimi giorni. Dopo l’ultima relazione della Corte dei conti al Parlamento, che come raccontato sul Sole 24 Ore di martedì scorso ha messo in fila i dati dai quali emerge un fondo sanitario nazionale più che dimezzato rispetto a quello tedesco e di poco superiore alla metà nel confronto con la Francia, e l’appello firmato da 14 scienziati nel nome del «salvataggio della sanità pubblica», la questione ha innescato un’accesa polemica politica fra il Governo, che con la premier Meloni rivendica «la cifra record di 134 miliardi» del fondo sanitario di quest’anno, e le opposizioni, che sostengono l’esatto contrario lamentando i «tagli continui» al settore.
Una questione strutturale
Il tutto accade alla vigilia di un Documento di economia e finanza che non avrà gli strumenti per dare una risposta: anche perché la questione è strutturale, e travalica di parecchio gli spazi asfittici della politica quotidiana e del dibattito che l’accompagna. E con le sue dimensioni supera le singole responsabilità di questo o quel Governo, per abbracciare un’intera stagione politica e tecnica cadenzata da Esecutivi dalla vita media breve o brevissima; stagione nella quale scostamenti, prepensionamenti variegati e bonus dominati da quello «Super» hanno appeso i conti pubblici a un cappio sempre più grande di spesa rigida che strozza quella discrezionale, come appunto quella da dedicare a sanità, scuola e così via.
Sono come sempre i numeri a offrire una strada chiara nel caos delle polemiche più o meno interessate dalla contingenza politica o economica. Primo: è vero che in valore assoluto il finanziamento pubblico alla sanità è cresciuto con la manovra, che nonostante l’asfissia dei conti ha messo sul piatto 3 miliardi per quest’anno, 4 per il prossimo e 4,2 dal 2026; con la conseguenza che il contatore segna valori anche superiori a quelli indicati da Meloni, e tratti verosimilmente dall’ultimo rapporto Agenas, e sfiora i 136 miliardi quest’anno per superare i 140 miliardi dall’anno prossimo.
È altrettanto certo però che in finanza pubblica i valori nominali contano fino a un certo punto, soprattutto all’indomani dello shock inflattivo più grave degli ultimi decenni, e che proprio per questo il parametro più rilevante è nel rapporto con il Pil: come accade per il debito, che a fine 2023 valeva 289,3 miliardi in più rispetto al 2020 pesando però sul prodotto interno lordo 17,6 punti in meno rispetto all’anno della crisi pandemica (137,3% contro 154,9%).
Il rapporto con il Prodotto interno lordo
Qui il quadro si complica, soprattutto dopo gli ultimi calcoli dell’Istat che il 1° marzo scorso ha rivisto al rialzo le dimensioni del Pil italiano. Aggiornando i dati della NaDef 2023 alla luce della manovra e dei riconteggi Istat, il finanziamento sanitario di quest’anno si attesta al 6,27% del Pil, livello sostanzialmente replicato l’anno prossimo prima di un’ulteriore limatura al 6,20% nel 2026. Si tratta dei livelli più bassi dal 2007 a oggi.
Per tornare al 6,7% del prodotto, cioè ai livelli del 2022 messi a confronto dalla magistratura contabile con le dotazioni assai più consistenti degli altri maggiori Paesi europei, servirebbero quindi 9,2 miliardi quest’anno e 9,4 il prossimo. Ancora più ciclopiche sono naturalmente le cifre necessarie per raggiungere l’8% del Pil, livello giudicato il minimo indispensabile dall’appello degli scienziati: per arrivare lì servirebbero 32 miliardi quest’anno, e 37,4 il prossimo. Numeri nemmeno immaginabili con i conti che si stanno faticosamente elaborando al ministero dell’Economia in questi giorni.
Un altro fattore aiuta a capire perché l’ancoraggio al Pil è significativo mentre i valori assoluti restituiscono un’ottica deformata. Si tratta dell’inflazione, che in questi anni ha svuotato di peso l’involucro dei dati nominali. I 136 miliardi del finanziamento di quest’anno sono infatti 13,9 in più rispetto ai fondi del 2021, e segnano quindi un aumento dell’11,4 per cento. Negli ultimi tre anni però i prezzi hanno registrato un incremento cumulato del 13,9 per cento: in termini reali, di conseguenza, il sostegno pubblico al sistema sanitario nazionale è diminuito del 2,2%; nonostante la dote extra assicurata dall’ultima legge di bilancio, che ha potuto tamponare un po’ la falla ma senza nemmeno avviare un processo della forza necessaria a tenere il passo dell’invecchiamento della popolazione e dell’evoluzione di bisogni e tecnologie sanitarie.





