occupazione

Sanità, gig-economy: negli Usa cresce il lavoro, non gli stipendi

di Marco Valsania


Dazi, scoppia la guerra Usa-Ue

3' di lettura

C’e chi lo chiama l’enigma dei salari. I compensi dei lavoratori americani, nell’insieme, sono in affanno. Continuano a faticare a tenere il passo con il costo della vita, anche dopo dieci anni di espansione e 108 mesi di crescita negli impieghi. Dopo una marcia che, se rallenta il passo, ha schiacciato il tasso ufficiale dei senza lavoro ai minimi da 50 anni, al 3,5%, in settembre. Quello stesso mese ha però tradito anche l’inquietudine salariale: le paghe orarie sono rimaste ferme rispetto ad agosto - anzi diminuite di un centesimo - e il più rilevante andamento nei dodici mesi ha mostrato un aumento del 2,9%, il più debole da oltre un anno.

IL NODO DEI SALARI

Guadagno orario medio negli Usa, tutti i settori. Variazione % annua (Fonte: US Bureau of Labor Statistics)

Combinato con un declino nei posti di lavoro manifatturieri, tra i meglio remunerati, fa presagire le sfide davanti a un’economia appesantita da fragilità globali e conflitti commerciali: ombre sui redditi delle famiglie minacciano i consumi, pari a due terzi del Pil, che hanno già sofferto flessioni nella fiducia il mese scorso e incrementi minimi nella spesa dello 0,1% in agosto.

È un ristagno, quello salariale, che ha molteplici radici. Gli analisti sottolineano che un’attenta lettura riserva sorprese positive. Affiorano progressi in particolare nelle fasce più deboli: i dipendenti in mansioni di produzione e non manageriali sono reduci da un incremento annuale pari al 3,5%, vicino a recenti massimi del 3,6% (seppur dopo anni di guadagni doppi rispetto alla media concentrati nel 5-10% meglio remunerato). E in parte la debolezza potrebbe essere spiegata, indicano gli economisti di Evercore Isi, dalla capacità di una longeva espansione di attirare adesso sul mercato del lavoro anche americani marginalizzati e con scarse qualifiche. Potrebbero inoltre influire, stando a Jefferies necessarie evoluzioni demografiche: il pensionamento della generazione dei baby boomers lascia posti a dipendenti più giovani e meno pagati.

Resta tuttavia la frenata evidenziata dall’insieme dei compensi, con pressioni nei comparti più diversi, dai servizi d’informazione al commercio, dalle utilities alle finanza. E rimane una debole tendenza di più lungo termine, dopo picchi agli inizi del 2019 che avevano fatto sperare in riscatti. I salari reali, tenuto conto dell’inflazione, sono lievitati ancor meno nel corso dell’ultimo anno, in media dell’1,2 per cento. Altre forze profonde potrebbero essere qui all’opera: da ipotesi di “stagnazione secolare” e frenate nella produttività, a globalizzazione e rivoluzioni tecnologiche, con l’avanzata di servizi e “gig-economy” che rendono più precario il lavoro. Nel mirino sono pratiche monopolistiche e anti-concorrenziali in nuove industrie quali l’hi-tech. E l’arretramento del sindacato, che rappresenta solo il 6% dei lavoratori nel settore privato.

Il comparto che più ha trainato la creazione di buste paga, non a caso, il mese scorso è risultato l’assistenza sanitaria, circa 40mila nuovi impieghi, segnato da sacche di bassi compensi. Il manifatturiero, già in contrazione, ha invece perso duemila impieghi e da gennaio ne ha creati 41mila contro 188mila l’anno scorso, dando crescente eco alle preoccupazioni sui salari.

Il chairman della Federal Reserve Jerome Powell ancora in estate ha lamentato la scarsa “risposta” dei salari all’espansione. Un raro sciopero è scattato a General Motors per aumenti e garanzie occupazionali: il sindacato Uaw denuncia che dal 2009 i dipendenti hanno perso potere d’acquisto, pagati 30 dollari l’ora contro i 33 necessari a preservarlo. E in politica, dopo campagne di successo per alzare il salario minimo, uno dei principali candidati alla nomination del partito democratico per la Casa Bianca, Elizabeth Warren, ha presentato una proposta dedicata a diritti e salari dei lavoratori.

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