Anteprima sulle 24 canzoni in gara

Sanremo 2019, l’amore resta, ma questo è festival dei dubbi che vincono sulle certezze

di Marta Cagnola


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(Ansa)

6' di lettura

È un festival contemporaneo, in parole e musica, quello del Baglioni-bis. «Nei testi si rincorrono criticità, assenze dei padri, voci dissenzienti, grandi interrogativi su dov'è l'orizzonte»: così sintetizza i temi di questo Sanremo il direttore/dittatore artistico. Come sempre, nelle pieghe delle canzoni di Sanremo c'è il momento storico del Paese: lo è stato negli anni del boom, negli anni della crisi, in quelli della ripresa e lo è ora, in questi giorni confusi e arrabbiati. «Si parlerà di migranti?» ci si chiedeva, prima degli ascolti riservati alla stampa.

L’anno scorso, certo, c'era stata la canzone di Mirkoeilcane, premio della critica Mia Martini nella sezione giovani; ma, si sa, la memoria è corta (quella dei giornalisti, di più) e soprattutto le polemiche vogliono la loro parte. Baglioni non vuole tornare sulle dichiarazioni della conferenza stampa di inizio gennaio – e come dargli torto – ma una sua frase illumina ancora il suo pensiero, stiracchiato da politici e commentatori: nelle canzoni si cerca «un pensiero terzo, non partigiano, ma i dubbi vincono sulle certezze».

A questo punto, sono davvero le canzoni che parlano. Sì, di migranti si parla. Lo fanno senza mezzi termini gli Zen circus, uno dei gruppi che quest'anno fanno incontrare festivalone e premio Tenco, in L'amore è una dittatura, un manifesto che non lascia respiro: «ci hanno visti nuotare in acque alte fino alle ginocchia / ed inchinarci alle zanzare pregandole di non mescolare / il nostro sangue a quello dei topi arrivati in massa con le maree / le porte aperte i porti chiusi». Anche i Negrita parlano di barche e porti («con in mano una chitarra / e un mazzo di fiori distorti / per far pace con il mondo / dei confini e passaporti / dei fantasmi sulle barche / e di barche senza un porto»), in un pezzo che però è anche un rock classico che racconta la gioia di vivere dei ragazzi di 50 anni, o giù di lì. I ragazzi stanno bene, dicono nel titolo. Si sente.

C’è Motta, che già ci aveva messo sulla strada col titolo del brano, Dov'è l'Italia. C'è una storia d'amore, sicuramente. C'è un'altra storia sullo sfondo, diluita nei versi di un pezzo fortemente cantautorale, “alla Motta”, diremmo: «l'abbiamo vista arrivare / con l'aria stravolta di chi non ricorda cos'era l'amore e non sa dove andare». Far immaginare senza dover essere per forza didascalici.
Le storie “importanti”, però, vanno al di là del tema più controverso. C'è una storia che colpirà il pubblico, e potrà portare in alto il suo interprete: La ragazza con il cuore di latta racconta una storia vera. «Linda è cresciuta così in fretta da truccarsi presto / che suo padre non fu più lo stesso / a scuola nascondeva i lividi / a volte la picchiava». E non solo, purtroppo. Il cuore di latta è, per di più, un pacemaker. L'interprete, Irama, è amatissimo dal pubblico giovane e soprattutto femminile (c'è persino un pochino di lieto fine). Daniele Silvestri (e con, a sorpresa, il featuring del rapper Rancore) racconta l'Argento vivo di un ragazzo di sedici anni: «ho sedici anni ma è già più di dieci / che vivo in un carcere nessun reato commesso là fuori / fui condannato ben prima di nascere». A volte la prigione non è quella con le celle e le sbarre, ma la vita può essere, ugualmente, un inferno.

Per fortuna, ci sono anche famiglie felici. La figura paterna cantata da Paola Turci in L'ultimo ostacolo (è davvero un padre o solo un compagno solido e amorevole? il senso non cambia, spiegano con sinceramente apprezzata nota solerte dall'ufficio stampa). Il testo di Bungaro per Francesco Renga, che già anni fa aveva raccontato il dolore per la perdita della madre, e in Aspetto che torni ci ricorda che questo dolore, in realtà, non se ne va davvero mai: «mi manca da trent'anni e / vorrei dirle tante cose / che mio padre adesso è stanco / e forse sta per arrivare / che la ama più di prima / ed è l'unica cosa che sa ricordare» (ma l'amore ci consola, e non è poco, per chi ce l'ha).

La nostalgia per Nonno Hollywood di Enrico Nigiotti, brano lieve e commovente, a rischio di scivolamento nel luddismo con un «nonno mi hai lasciato dentro un mondo a pile / centri commerciali al posto del cortile / una generazione con nuovi discorsi / si parla più l'inglese che i dialetti nostri» (usa persino il verbo “pisciare”, ma nei 24 brani ci sono almeno due parolacce che iniziano con la “c”: «e pensare che a me avevano censurato “nudi”» racconta Baglioni, riferendosi a quel leggendario piccolo grande amore in cui rimanevano a quel punto “soli”, ma evidentemente vestiti).

Felici le coppie che si ritrovano (quella di Anna Tatangelo, intesa come canzone e forse anche come coppia), felici le coppie che riescono ad amarsi nonostante il tempo che passa (la ballad indie o post-indie degli Ex Otago, il bolero teatrale di Simone Cristicchi), felici quelli che un tempo si chiedevano Fatti avanti amore e ora, con lo stesso elettropop alla Chiaravalli, rispondono Mi farò trovare pronto (ovviamente: Nek, che chiarisce di non essere all'altezza dell'amore, ma a quegli occhi blu sul palco perdoneremo tutto, anche di non averci davvero stupito).

Non è felice ma sicuramente il più sexy Ghemon, con la sua urban soul Rose viola, che non casualmente fa rima con lenzuola. Raffinatissima. Almeno un po' felici i più giovani: Federica Carta e Shade cantano di un amore forse finito, ma dalla loro hanno che è il pezzo che si memorizza in un istante, uno di quelli che senti di conoscere a memoria già a metà del primo ascolto; anche Einar forse si lascia con la fidanzata (nel brano, beninteso), ma si consolerà con la rotazione radiofonica. Anche i tre del Volo sono giovani, anche se tendiamo a dimenticarlo, e puntano alla seconda vittoria con un brano perfetto per i loro fan (c'è pure la firma di Gianna Nannini).

Un altro che punta al podio è Ultimo: I tuoi particolari è una ballatona solida in cui lui vuole dimostrare di essere cresciuto. Sfida Irama sul terreno della fan base. Occhio al finale cattura-applausi.

Le leonesse? Patty Pravo si intreccia con Briga in un brano che darà il meglio sul palco, se la Patty è al top. Per loro ci sono le firme doc di Calvetti e Zibba. Loredana Bertè ha un pezzo firmato da Gaetano Curreri che la porta in zona-Vasco. Può scatenare l'Ariston.

In fondo, però, ci teniamo la gioia di ballare. Arisa parte principessa Disney e a sorpresa vira a un pop gioiosissimo con accenti anni 90: Mi sento bene è il titolo del pezzo. Anche noi, le rispondiamo, perché ci tira un po' su il morale. I Boomdabash giocano pesante con il loro reggae salentino con tanto di cori di bambini: successo a orologeria (preparatevi a canticchiare «ti aspetterò / come il caffè a letto a colazione / come a un concerto dall'inizio / si aspetta il ritornello di quella canzone»).

Piace tanto al primo ascolto Soldi di Mahmood, con tra gli autori il re della trap Charlie Charles; viene da dire menomale che ha vinto Sanremo giovani. E fa rimare Ramadan con champagne (è per metà egiziano, ormai lo sappiamo bene; e anche qui c'è un padre che se ne va). La rima più assurda? « Sdraiato a terra come i Doors / vestito bene via del Corso» in Rolls Royce di Achille Lauro. Lo amerete o penserete che vi sta prendendo in giro – o tutte e due. Cita Marilyn, Amy, Rolling Stones e Gascoigne, e un certo Kevin che forse è Spacey, ma non si sa. Da queste parti è amore e voglia di vederlo in teatro con l'orchestra (e di cantare Rolls Royce Rolls Royce Rolls Royce a squarciagola).

Siccome si dice “dulcis in fundo”, si chiude con la chicca. Un'altra luce di Nino D'Angelo e Livio Cori tra autotune, downtempo, elettronica e Napoli di oggi. « Si 'a rint tien a guerra nun o faje vedè / pare ca l'abitudine nun fa pe'tte». L'abitudine non fa per Nino, e menomale. Livio Cori è davvero il misterioso Liberato? Lo scopriremo solo… vedendo. Sanremo.

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