il distretto pisano

Santa Croce, i conciatori delle grandi firme alla rivoluzione green

<span class="argomento"/>Strategia in due mosse del leader europeo del settore delle pelli dove sono di casa i marchi dell’alta moda: dal trattamemento hi tech dei fanghi asfalto al biogas dai residui di lavorazion

di Silvia Pieraccini


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La strada della sostenibilità.  Il distretto conciario di Santa Croce sull'Arno in provincia di Pisa conta 250 aziende, 6mila dipendenti e 2,4 milioni di fatturato

3' di lettura

A Santa Croce sull’Arno (Pisa) le chiamano “le firme”. Sono i grandi marchi della moda mondiale che qui, nel distretto conciario diventato uno dei leader europei (250 concerie, 6mila addetti e 2,4 miliardi di fatturato), vengono a ideare, scegliere e comprare le pelli bovine per fare borse e scarpe (compreso il cuoio da suola). La specializzazione “alta moda” dell’industria conciaria toscana l’ha tenuta al riparo negli ultimi dieci anni dalle grandi crisi vissute altrove e – vista l’importanza che borse e accessori in pelle stanno conquistando – ha le potenzialità per spingerla anche in futuro.

E infatti il distretto ha deciso di attrezzarsi, investendo ancora (come ha fatto in passato) sul fronte ambientale, sia nel recupero dei sottoprodotti conciari che per aumentare le capacità di depurazione delle acque, consapevole di giocare una partita decisiva per crescere e per attirare investimenti.

«Un distretto non può rimanere fermo, deve costruirsi spazi per lo sviluppo – spiega Alessandro Francioni, presidente dell’Associazione conciatori di Santa Croce sull’Arno che riunisce 150 concerie della zona ed è il più importante organismo di rappresentanza –. Nel nostro caso questo significa innanzitutto potenziare la depurazione, anche se nell’accordo che abbiamo firmato con la Regione Toscana c’è molto altro».

Quell’accordo, firmato nel marzo scorso, prevede l’impegno delle aziende di Assoconciatori a investire 80 milioni nei prossimi tre anni (entro il 2022) per intervenire su due fronti: raddoppiare la capacità dell’impianto di trattamento dei fanghi di depurazione (da 70mila a 140mila tonnellate all'anno), che oggi produce inerti per sottofondi stradali e che in futuro, grazie all’installazione di una nuova tecnologia, sfornerà un prodotto utilizzabile per asfalti e jersey stradali; potenziare l’impianto di trattamento degli scarti di lavorazione conciaria (carniccio e rasature), così da recuperare anche il cromo presente nella rasatura e – novità assoluta – poter trattare i ritagli di pelle finita.

In pratica i conciatori offriranno alle “firme”, e ai laboratori terzisti che per esse lavorano, il servizio di ritiro degli scarti delle lavorazioni di borse e portafogli: lo smaltimento e il recupero avverrà nei propri impianti.

Si tratta di una rivoluzione per il settore della pelle, alle prese con problemi di smaltimento per la carenza di inceneritori e discariche e costretto a rivolgersi fuori regione con costi crescenti. In questo modo i conciatori puntano a “chiudere” il cerchio dell’economia circolare certificando l’intero processo. La previsione è di recuperare 50mila tonnellate di ritagli di pelle, tra conciata e finita. Ma gli investimenti previsti, assicurano, serviranno anche a mettersi al riparo da interpretazioni normative e metodi di analisi sulla presenza di inquinanti che in passato hanno prodotto incomprensioni, denunce e sanzioni delle autorità di controllo.

Nella fase intermedia – i tre anni di transizione verso il nuovo sistema – gli scarti di lavorazione saranno smaltiti nella discarica di Rosignano Marittimo (Livorno), grazie a un accordo con la società pubblica Rea Impianti che la gestisce. La stessa discarica accoglierà anche i sottoprodotti conciari delle 60 aziende che aderiscono al Consorzio conciatori di Ponte a Egola (San Miniato, Pisa), l’altra associazione di rappresentanza del distretto, che non possono più trasformarli in fertilizzanti da usare in agricoltura dopo alcune sentenze che di recente hanno messo paletti. Anche i conciatori del Consorzio si stanno impegnando – sulla base di un protocollo che sarà presto firmato con la Regione – a investire per ridurre e riciclare i rifiuti industriali: in particolare sarà potenziato l’impianto di depurazione Cuoiodepur e sarà realizzato un cogeneratore integrato con un digestore anaerobico, alimentato con i fanghi di depurazione e con i residui di lavorazione delle pelli, per ottenere biogas e biometano.

La strada maestra, dunque, è quella della sostenibilità, destinata a far mantenere al distretto la leadership nella produzione rispettosa dell’ambiente. La disponibilità di “spazi” di depurazione e di servizi efficienti (compresi quelli di formazione), peraltro, sta attirando in Toscana, per la prima volta, anche investimenti “esteri”: il principale è quello del gruppo veneto Mastrotto che sta ultimando a Santa Croce la costruzione di una conceria da 12mila metri quadrati che impiegherà 50-60 persone. Ma la notizia che ha sorpreso tutti è il recente acquisto della conceria Samanta di Ponte a Egola da parte della maison francese del lusso Chanel, che si affianca così a Gucci proprietario della conceria Caravel dal 2001: una breccia aperta in un distretto finora dominato da aziende familiari.

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