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Santander, i fondi pronti all’offensiva. Ana Botin tenta la difesa in assemblea

di Alessandro Graziani


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(Reuters)

3' di lettura

La “presidenta” del Santander Ana Patricia Botin si prepara a respingere l’assalto degli investitori istituzionali che domani all’assemblea annuale degli azionisti chiederanno conto delle anomalie nella governance. Un vero e proprio evento finanziario perchè, a finire nel mirino, è la prima banca dell’eurozona per capitalizzazione di mercato (oltre 71 miliardi di euro) e anche la più redditizia, con profitti netti che nel 2018 sono stati pari a 7,81 miliardi. Ma il vero evento è la «messa in stato d’accusa» della presidenta Ana Botin, numero uno indiscusso della banca dopo che, più per scelta dinastica che per selezione degli head hunter, il padre Emilio Botin le ha lasciato le redini del gruppo dopo gli anni di apprendistato alla guida del gruppo Banesto.

Il Santander però non è di proprietà della famiglia Botin ma è una public company ad azionariato diffuso con l'ampia maggioranza detenuta da investitori globali. Tanto soddisfatti dei risultati quanto irritati per le evidenti lacune nella corporate governance emerse a inizio anno con l’affare Orcel. A settembre dello scorso anno, la presidenta aveva annunciato l’ingaggio di Andrea Orcel come nuovo chief executive officer di Santander. Salvo fare marcia indietro a inizio gennaio, confermando la fiducia allo sfiduciato ceo José Antonio Álvarez. Motivo della rinuncia all'ingaggio di Orcel: l’eccessivo costo da pagare per i deferred bonus a cui il banchiere aveva diritto da Ubs.

A prescindere dalle sorti di Orcel, i grandi fondi non hanno gradito la leggerezza con cui il board di Santander ha gestito il fallito ricambio al vertice. La vicenda ha fatto emergere una governance in cui la presidenta Ana Botin ha un ruolo quasi da regina, con il ceo che nei fatti è alle sue dipendenze, e un board in cui i consiglieri indipendenti hanno poca voce in capitolo. Un meccanismo apparentemente poco adeguato a una grande banca quotata, tanto che anche la Vigilanza bancaria della Bce avrebbe acceso un faro sulla governance del gruppo.

Nelle ore che precedono l'assemblea di domani, le diplomazie sono al lavoro per tentare di evitare che la contestazione raggiunga il livello di una mozione di sfiducia al vertice. Da Londra, le due più grandi associazioni di raccolta deleghe (Iss e Glass Lewis) stanno raccomandando di votare la sfiducia al vertice del Santander. Si dice che a finire nel mirino possa essere il vicepresidente e capo del comitato nomine e remunerazioni Bruce Carnegie-Brown, che diventerebbe il capro espiatorio per evitare di addossare le responsabilità alla “regina” Ana Botin.

Si vedrà domani in assemblea se i fondi tenteranno davvero l'impeachment. Di fronte si troveranno un osso duro, poiché la presidenta «ha ereditato dal padre Emilio la fierezza dei Botin», spiega un banchiere che da anni la conosce. E ricorda, a titolo d’esempio, la storia del gruppo: l'attuale Santander nasce dalla fusione con Central Hispano, il gruppo aveva entrambi i nomi nel marchio di gruppo e la governance prevedeva una cogestione tra i due leader di allora. Tempo pochi anni ed Emilio Botin era diventato l'unico numero uno, il marchio Central Hispano scomparve lasciando solo Santander, e la giovane Ana Botin prese le redini della controllata Banesto». Molti hanno pensato che l'attuale “presidenta” abbia vissuto di luce riflessa, sottovalutandone capacità e carattere.

Che sia una donna tenace lo sanno bene anche gli ex consiglieri di amministrazione delle Assicurazioni Generali che, in più occasioni, hanno avuto modo di osservare la fermezza della Botin. Un esempio? Nel pieno della prima fase della crisi finanziaria in Europa, era il 2008 e l'Italia ancora non era coinvolta, in una riunione del cda Generali l'allora amministratore delegato Giovanni Perissinotto spiegò ai consiglieri a quanto ammontava l'esposizione del gruppo verso i Paesi Pigs. La Botin obiettò che la situazione della Spagna non poteva essere paragonata a quella di Grecia, Irlanda e Portogallo e dunque andava esclusa dalla slide che l'indomani sarebbe stata anche presentata agli investitori. In molti fecero notare che era il mercato ad accomunare in quel periodo la Spagna al resto dei Pigs. Ma la Botin tenne botta, la discussione fu prolungata e, alla fine, le tabelle furono cambiate: una con i “poveri” Portogallo, Irlanda e Grecia, una separata a parte con la Spagna. Una Botin non si arrende mai.

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