calzature

Santoni investe nel lusso 4.0 e conquista i mercati esteri

L’azienda marchigiana da 81 milioni di ricavi, che esporta il 90% del fatturato, ha finanziato con dieci milioni di euro persone e strutture per creare una forma di industria 4.0 tarata sulle necessità del lusso

di Giulia Crivelli


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3' di lettura

«Tutto nacque dalla passione per le calzature artigianali di mio padre. Unita a coraggio imprenditoriale e visione. Erano gli anni 70: la nostra regione, l’Italia, il mondo e l’industria della moda e del lusso erano molto diversi da oggi. La velocità dei cambiamenti, a ogni livello, aumenterà ancora: l’unico modo per restare competitivi è non mettere mai in discussione la qualità del prodotto e l’aspirazione alla calzatura perfetta. Ma su ogni altro fronte bisogna essere pronti a cambiare e a investire culturalmente, oltre che economicamente, nel futuro».

Giuseppe Santoni non è ancora rientrato in azienda, a Corridonia, provincia di Macerata. Non si può neanche dire però che sia in vacanza. In agosto i ritmi di lavoro rallentano e c’è più tempo per la famiglia, ma è come se Santoni applicasse a se stesso, prima ancora che alle persone che lavorano con lui, i principi dello smart working. In agosto, oltre a fare alcune brevi trasferte di lavoro, ha colto l’occasione per affinare le strategie dei prossimi mesi e anni.

A partire dalla consapevolezza che il distretto calzaturiero delle Marche – il più grande in Italia per numero di aziende e addetti – è in sofferenza. «Sono nato e cresciuto qui e ho iniziato a lavorare in azienda con mio padre Andrea quando avevo 19 anni – racconta –. Conosco personalmente la maggior parte degli imprenditori della zona e tante persone che lavorano per loro. Non è un periodo facile per chi, come molte imprese del distretto, è posizionato nella fascia media o persino medio-alta, ma senza avere la forza di un brand: è su questo, oltre che sull’alto di gamma – sottolinea Giuseppe Santoni – che mio padre e poi io abbiamo investito da molti anni. Il brand però deve avere un prodotto fortissimo da trainare al successo. Nelle calzature non è concesso fingere: la moda può giocare un ruolo per una stagione, forse due, ma se chi porta le scarpe, uomo o donna, non le sente comode o parte del suo stile, non c’è investimento in marketing e comunicazione che tenga».

Diventano così due le basi da cui in Santoni non si può prescindere: la prima, è bene ripeterlo, è l’eccellenza del prodotto, da sempre artigianale (entry price medi di 400-500 euro, che arrivano a raddoppiare e oltre con il su misura), con scuole di formazione interne per il passaggio del know how. La seconda è la costruzione del brand, con investimenti in monomarca (a Milano è in corso di ristrutturazione quello di via Monte Napoleone), presentazioni in location suggestive durante le settimane della moda e collaborazioni con stilisti, fotografi, architetti.

Poi però c’è un terzo elemento, quello che oggi forse più assorbe le energie progettuali di Giuseppe Santoni: «La tecnologia ha cambiato il modo in cui comunichiamo e lavoriamo, ma anche la vita e l’organizzazione delle fabbriche. Nel nostro settore esistevano e in molti casi esistono ancora le manovie, non poi così diverse da piccole catene di montaggio. Grazie a studi, analisi e brevetti interni, collaborazioni con scuole tecniche, aziende specializzate in macchinari e università, siamo riuscite a trasformarle in qualcosa di diverso – racconta Santoni –. Quasi dieci milioni di investimenti in persone (in azienda abbiamo 15 ingegneri) e strutture, per arrivare a quella che chiamo lean manifacturing alla marchigiana. È una forma di industria 4.0 ante litteram. Anzi, di lusso 4.0».

Santoni ha chiuso il 2018 con 81 milioni di ricavi e un export oltre il 90%: i mercati principali sono Stati Uniti – è appena stato aperto un ufficio a Manhattan–, Giappone, Russia ed Europa. «Le nostre sono calzature di lusso, sneaker comprese: l’uomo assorbe il 65% del fatturato, la donna cresce molto velocemente. Il nuovo stabilimento, grazie a un investimento di sei milioni, sarà pienamente operativo entro il 2019 e ricalca il modello entrato in funzione nel settembre scorso per la donna: in meno di un anno ci ha fatto migliorare l’efficienza del 23%. Energie che si liberano e che si possono dedicare, ad esempio, alla creatività, all’attenzione all’ambiente. O all’osservazione di quel che succede nel mondo e al potenziamento del sito come strumento di comunicazione con i clienti, oltre che di vendita».

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