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Sarà il 30 dicembre la nuova udienza sul futuro dell’altoforno 2

Lo ha deciso il tribunale di Taranto, a 24 ore dal deposito del ricorso al tribunale del Riesame

di Domenico Palmiotti

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Lo ha deciso il tribunale di Taranto, a 24 ore dal deposito del ricorso al tribunale del Riesame


3' di lettura


Non ci vorrà molto tempo per sapere se l’altoforno 2 del siderurgico di Taranto verrà dissequestrato e dato, con facoltà d’uso, a Ilva per fare gli ulteriori lavori di adeguamento, oppure scivolerà verso la definitiva fermata con spegnimento così come stabilito dal cronoprogramma del custode giudiziario, Barbara Valenzano, attualmente in fase di esecuzione.

Decisione lampo
Ventiquattrore dopo il deposito del ricorso al Tribunale del Riesame, il 18 dicembre il presidente della prima sezione penale del Tribunale di Taranto, Giuseppe Licci, ha firmato il decreto di fissazione dell’udienza: si terrà il 30 dicembre, nell’aula C di Palazzo di Giustizia, con inizio alle 9. Il fatto che i legali di Ilva in amministrazione straordinaria (proprietaria dell’altoforno 2 così come di tutta la fabbrica che ArcelorMittal gestisce in fitto) abbiano bruciato i tempi sulla presentazione dell’impugnazione contro la mancata proroga, ha determinato una calendarizzazione dell’udienza in tempi ravvicinati. La prima ipotesi indicava invece nel 20 dicembre la data di presentazione del ricorso, il che avrebbe significato andare all’udienza del 7 gennaio, probabilmente troppo a ridosso delle fasi finali del cronoprogramma di stop. Così, invece, se il verdetto del Riesame dovesse arrivare qualche giorno dopo l’udienza e fosse positivo, come Ilva peraltro auspica, il cronoprogramma sarebbe bloccato nella fase iniziale. E al tempo stesso si toglierebbe dalla strada del negoziato in corso tra Ilva e ArcelorMittal, già lastricata di problemi, una complicazione ulteriore.

Il destino della cassa integrazione
Probabilmente anche per il fatto che Ilva sia subito andata al Riesame, Arcelor Mittal sta tenendo per ora in stand by la richiesta fatta nei giorni scorsi di non rinnovare più, per la seconda volta a fine anno, la cassa integrazione ordinaria per 1.273 addetti ma di passare alla cassa integrazione straordinaria per 3.500 addetti. Richiesta, questa, che ha provocato dure critiche da parte dei sindacati anche perché arrivata poco dopo che l’azienda, al tavolo del Mise, aveva annunciato 4.700 esuberi col nuovo piano industriale entro il 2023 di cui 2.900 in una fase più ravvicinata. Se l’altoforno 2 dovesse restare in marcia, non è escluso che ArcelorMittal possa tornare alla cassa integrazione ordinaria, così come prospettata inizialmente, e quindi richiedere un secondo rinnovo dopo il primo da fine settembre a fine dicembre (la cassa viene applicata per la crisi del mercato dell’acciaio ed è in corso già dal 2 luglio).

Cento pagine di motivazioni
Col ricorso di un centinaio di pagine, i legali di Ilva, Filippo Dinacci e Angelo Loreto, chiedono al Riesame di annullare il provvedimento del giudice del dibattimento, Francesco Maccagnano, e di concedere a Ilva in as una proroga di 9 mesi. Il tempo tecnico necessario - si osserva - per realizzare e installare la macchina a tappare, ordinata dal custode giudiziario e inserita nelle prescrizioni di sicurezza. Ilva sostiene che l’altoforno, dopo la prima tranche di lavori, è già sicuro per gli operatori. Adesso i nuovi interventi da farsi (ordinate sei nuove macchine per i due campi di colata con un investimento complessivo di circa 10 milioni di euro, di cui 3,5 bonificati come acconto all’impresa fornitrice) servono ad abbattere del tutto il rischio.

Il tema della sicurezza e gli impegni di Ilva
Il 10 dicembre il giudice Maccagnano (29 pagine di provvedimento) ha detto no alla proroga chiesta da Ilva, nonostante il parere favorevole espresso dalla Procura, perché ha ritenuto che una nuova dilazione avrebbe significato mettere a rischio la sicurezza degli operatori. Il giudice ha evidenziato che Ilva di proroghe sinora ne ha ottenute diverse e che le prescrizioni per l’altoforno risalgono a settembre 2015, quindi, ha rilevato, a distanza di quattro anni (a giugno 2015 ci fu all’altoforno un incidente mortale sul lavoro) Ilva non ha ancora adempiuto totalmente a quanto ordinato dall’autorità giudiziaria.

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