Una nuova governance fiscale

Saranno gli investimenti e non l’austerità a rendere sostenibili i conti della Ue

La crescita generata dalla spesa pubblica «buona» consente di ridurre- il rapporto tra debito e Pil

di Patte Lourde e Gustavo Piga

La voce di Berlino. Il ministro delle Finanze tedesco Christian Lindner allo scorso incontro dell'Eurogruppo a Bruxelles (Epa)

4' di lettura

Il Consiglio europeo e l’Eurogruppo, a distanza di pochi giorni, hanno sentito il bisogno impellente di chiarire come i tragici eventi bellici a est dell’Unione europea costituiscano una «scossa tellurica nella storia europea». Una espressione che dà al contempo il senso dell’inatteso e del catastrofico generato dall’invasione russa in Ucraina.

Nel decennio trascorso sono già tre le scosse che il Vecchio continente ha dovuto subire in maniera drammatica: quella delle crisi finanziarie del 2008 e del 2011, quella pandemica e ora quella bellica accompagnata da una difficoltà di approvvigionamento energetico.

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Molte di queste crisi erano oggettivamente difficili da prevedere nel loro materializzarsi specifico e la prova di ciò sta nel fatto che tutti i Paesi del mondo ne sono stati colpiti in misura consistente. Quello che tuttavia appare ormai chiaro è che l’Unione europea è l’attore più debole a gestirle una volta avvenute. È probabile che la costruzione europea non sia in grado dunque di realizzare attorno a sé stessa una governance capace di gestire le crisi, quali che queste siano, con congruo anticipo. Parte di ciò è ovviamente dovuto alla rigidità di un processo decisionale lungo e complesso.

Sarebbe tuttavia ingenuo pensare che la questione europea sia solo una questione di leadership. La gestione delle crisi sistemiche, ovunque essa si presenti, richiede la presenza del settore pubblico sia come costruttore ex-ante del sistema, per rafforzarne la capacità di resistenza, che come “pompiere” al fine di ridurre i costi di shock non prevedibili.

Il settore pubblico, per il tramite della politica fiscale e con il sostegno della politica monetaria, deve svolgere questa funzione ed essere quantitativamente e qualitativamente all’altezza delle esigenze degli operatori economici. Ed è qui che si misura lo stato della debolezza attuale europea rispetto agli altri grandi attori globali.

All’affermazione dell’Eurogruppo che le politiche fiscali europee devono «rimanere agili e flessibili» occorre opporre alcuni dati che mostrano cosa vuol dire essere «agili e flessibili».

Prima dei venti di guerra, a fine 2021, il recupero post-pandemico stimato (2019-2022) statunitense (+7%) era del doppio di quello dell’area dell’euro (+3%) che era il doppio di quello italiano (+1,5%).

Le politiche fiscali del nostro partner politico americano mettono al centro della vita democratica, per il tramite della politica fiscale, l’assicurazione degli operatori contro le crisi e la costruzione, tramite gli investimenti pubblici, di un contesto dinamico e sostenibile per l’economia privata. L’ampiezza dei deficit pubblici statunitensi in rapporto al Pil (15% nel 2020 e 12% nel 2021) a fronte di quelli europei (7,2% nel 2020 e 7,1% nel 2022) e la loro «agilità e flessibilità» solo e sempre verso il basso – come nel clamoroso caso italiano in cui dalla promessa (contenuta nel Documento di economia e finanza) di un deficit/Pil per il 2021 pari all’11,8% nell’aprile dello scorso anno, si è passati a ritrattarla con un 9,4% in ottobre (nella Nota di aggiornamento al Def) e infine a rinnegarla con un 7,2% a chiusura definitiva (nei dati Istat di consuntivo di questo mese di marzo) – spiega bene questo diverso andamento della crescita economica tra le due sponde dell’Atlantico.

Le ragioni di questa ritrosia a una vera flessibilità della politica di bilancio sono da rintracciare in un perdurante dominio in Europa di una visione della politica fiscale come strumento di ortodosso equilibrio in ogni momento dei conti pubblici, così rinunciando a fare, degli investimenti pubblici e delle spese correnti per i più in difficoltà, lo strumento veramente agile e flessibile per rafforzare il continente. Di recente questa dottrina ha subìto un tanto preoccupante quanto assurda accelerazione. Preceduta da analoghe affermazioni tecniche della Commissione europea, anestetizzate solo momentaneamente da quelle dei leader politici a Versailles («perseguiremo politiche fiscali equilibrate, tali da assicurare la sostenibilità del debito per ogni stato membro»), la dichiarazione dell’Eurogruppo dei ministri delle Finanze afferma come si renda (oggi, nel 2022, durante la pandemia e la guerra presso i nostri vicini) necessaria una «differenziazione delle strategie fiscali tra stati membri» per «contribuire a raggiungere un posizione di equilibrio fiscale aggregata dell’area euro». Al di là del fatto che l’Europa oggi ha bisogno di una posizione aggregata espansiva e non neutrale (se non ora, quando?) come e più di quella degli Stati Uniti, ci si deve chiedere comunque – per raggiungere tale posizione di equilibrio aggregato – quale sia il criterio per determinare chi debba contribuire all’interno dell’area euro con una posizione espansiva. Forse, per venire incontro agli Stati più in difficoltà, la debolezza di partenza dell’occupazione, specie giovanile? O il valore del tasso di disoccupazione? O della scarsa performance del prodotto interno lordo? Nulla di tutto ciò: «Al fine di preservare la sostenibilità del debito, negli Stati membri con un alto debito pubblico, concordiamo che iniziare un graduale aggiustamento fiscale per ridurre il loro debito pubblico è appropriato. D’altra parte, gli Stati membri con livelli di debito bassi e medi dovrebbero dare priorità all’espansione degli investimenti pubblici, se necessario. Tutto ciò contribuirebbe a raggiungere un adeguato orientamento politico generale».

Una politica fiscale apparentemente a somma zero – che chiede ai Paesi dell’euro più in difficoltà (come il nostro) di sacrificarsi per permettere ai Paesi più prosperi di aumentare la loro posizione di vantaggio con maggiori investimenti pubblici – genera solo un esito a somma negativa per tutto il continente, rendendone le dinamiche interne più divergenti, trasformandone i suoi assetti politici in più fragili e conflittuali, e dunque mettendo a rischio di sfaldamento il futuro dell’Unione europea. I venti che soffiano prorompenti dalle varie crisi non potranno che sradicare più facilmente un albero con le radici così poco profonde.

Una semplice golden rule per gli investimenti pubblici che esenti questi ultimi dal rientro verso saldi di bilancio in pareggio rimane la soluzione più ovvia per restituire ai Paesi in difficoltà come il nostro il diritto alla crescita, che si riserva invece per ora esclusivamente ai Paesi più attualmente in salute. Anche uno scenario timidissimo come quello prospettato dall’Ufficio parlamentare di bilancio nell’audizione parlamentare del 16 marzo – «un’espansione annuale di 0,5 punti percentuali di Pil degli investimenti pubblici cumulata a partire dal 2023 fino al 2030» – comporterebbe a fine ciclo un riduzione del rapporto debito/Pil del 4,7% grazie alla maggiore crescita generata.

È questa governance per la sostenibilità tramite la crescita e non tramite l’austerità che si chiede ai nostri rappresentanti di difendere in tutte le sedi europee.

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