I TIMORI DI BRUXELLES SULL’ITALIA

Marco Buti: «Se vince l’instabilità saranno i mercati a imporre le riforme all’Italia»

I tre scenari evocati da Buti, capo di gabinetto di Gentiloni in una lezione a Firenze

di Giuseppe Chiellino

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(Afp)

3' di lettura

La tregua dei mercati, di cui l’Italia e il suo debito stanno beneficiando nonostante la crisi di governo, potrebbe finire presto. E a quel punto le cose potrebbero precipitare come nel 2011, quando lo spread tra il Bund e il BTp superò i 500 punti base e il Paese fu costretto - non per scelta politica ma sotto la pressione degli investitori - a cambiare governo e a realizzare le riforme che fino a quel momento non era riuscito a fare.

L’incarico di Sergio Mattarella a Mario Draghi è una decisione destinata, forse, a cambiare radicalmente gli schemi. Ma una bufera sui mercati come quella del 2011 è lo scenario peggiore che la Commissione europea teme si possa materializzare nel giro di qualche mese, se la crisi di governo non dovesse trovare rapidamente una soluzione solida e il percorso per la definizione del Piano nazionale di ripresa e resilienza non dovesse tornare a marciare spedito verso la scadenza di fine aprile. Ad evocare questo rischio è stato Marco Buti, capo di gabinetto del commissario Ue agli Affari economici, Paolo Gentiloni, che in una lectio magistralis all’Università di Firenze qualche giorno fa ha illustrato la risposta europea alla crisi pandemica.

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La “trilogia impossibile”

Buti ha parlato di “trilogia impossibile” del Recovery plan: «La soluzione A sarebbe la più virtuosa: avere il supporto dei cittadini per l’implementazione di un piano che metta fortemente l’accento sulle due “R” di ripresa e di resilienza. La tentazione sarà invece, temo, di dirigersi verso la soluzione B, che punta a conquistare il supporto dei cittadini attraverso bonus, piccoli progetti a pioggia, e così via. La mia impressione - ha sottolineato l’economista che all’ateneo fiorentino si è laureato nei primi anni ’80 - è che la soluzione B non sia un equilibrio stabile, e il rischio quindi è che si scivoli su una soluzione C in cui le riforme in realtà sono non scelte ma un po' imposte dalla pressione dei mercati finanziari». Dunque, ha esortato l’economista e funzionario europeo di lungo corso, «lavoriamo tutti e speriamo che il dibattito di questi giorni conduca, con un soprassalto di lungimiranza, ad andare per la soluzione A».

Da quando si è aperta la crisi, e forse anche da prima, a livello tecnico i contatti tra l’Italia e la Commissione per la stesura del Recovery plan stanno continuando ma gli interlocutori a Roma non hanno più un vero mandato politico su cui trattare. Più a Roma il tempo passa e più a Bruxelles cresce la preoccupazione.

La qualità della governance e la risposta alla pandemia

Alla crisi Covid, ha spiegato Buti, hanno reagito meglio i Paesi che, tra le altre cose, avevano una buona qualità della governance, mentre non ha pesato - finora - l’entità del debito pubblico perché il potenziale effetto negativo è stato neutralizzato dagli interventi della Ue e soprattutto della Bce». Ma sarebbe un «errore fondamentale pensare che il vincolo di finanza pubblica non esiste più. No all’austerità cieca, ma bisogna individuare una traiettoria prudente di rientro del debito».

L’Europa può cambiare paradigma se l’Italia si mostra responsabile

Un messaggio generico ma evidentemente rivolto prima di tutto all’Italia che nella partita del Recovery plan ha una grande responsabilità nei confronti dell’Unione. Secondo Buti il «Next Generation Eu può segnare un cambio di paradigma nel processo di integrazione europea o può ridursi solo una grande una tantum». Perciò nella stesura dei rispettivi Recovery plan, Paesi come «Italia e Spagna dovranno mettere un accento particolare sulla responsabilità nazionale e sulla riduzione dei rischi, sia di finanza pubblica sia nel settore bancario e di debito soprattutto nel settore finanziario».

Per l’Italia questo significa anche «disegnare e implementare un piano nazionale di ripresa e di resilienza efficace e capace di affrontare i colli di bottiglia che hanno paralizzato la crescita dell’economia e della società italiane negli ultimi vent’anni». Se questo accade, ci sono alte probabilità che «anche la Germania compia un cambio permanente» di atteggiamento in termini di solidarietà nei confronti dei Paesi del Sud. E se la Germania «è disponibile anche a completare l’architettura dell’Unione economica e monetaria attraverso il completamento dell’Unione bancaria e dell’Unione dei mercati dei capitali, credo che si possa veramente pensare ad un cambio di paradigma nell’integrazione europea».

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