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Saras al passaggio generazionale, dopo la scomparsa di Gian Marco Moratti

di Monica D'Ascenzo

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3' di lettura

«Massimo e io abbiamo il 16,7% ciascuno, mentre la Sapa controlla il restante 66,6%. Naturalmente a vendere saranno i padri, ma alla famiglia resterà una quota di maggioranza assoluta. Vogliamo continuare a guidare la società facendo leva sull’esperienza e sulla storia». Era il gennaio del 2006 e la famiglia Moratti stava preparando lo sbarco in Borsa del gruppo Saras . Il presidente, Gian Marco Moratti, solitamente restio ad apparire, concesse un’intervista al Sole 24 Ore per spiegare la decisione e nell’occasione ribadì in maniera netta: «Il gruppo fondato da mio padre resterà sotto il controllo e la gestione dei Moratti».

A distanza di 12 anni la famiglia guida ancora il gruppo con Gian Marco presidente fino a ieri, il fratello Massimo amministratore delegato e il figlio Angelo vice presidente. E nel board siedono anche gli altri tre figli maschi dei due fratelli: Angelomario, Gabriele e Giovanni. E loro è anche la quota di maggioranza assoluta del gruppo Saras equamente divisa nei due rami: un 25,011% fa capo alla Gian Marco Moratti Sapa e un altro 25,011% alla Massimo Moratti Sapa, holding nate nel 2013 alla scissione della Angelo Moratti Sapa. Le due holding, in base a un patto parasociale, esercitano in modo congiunto il controllo su Saras.

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Un riassetto, quello del 2013, che ha preparato la strada al passaggio generazionale dalla seconda alla terza discendenza del fondatore del gruppo Saras. Le due Sapa, infatti, vedono i due eredi maschi di ogni ramo familiare equamente al 50% del capitale delle singole holding. Quote detenute in nuda proprietà, in usufrutto rispettivamente a Gian Marco e a Massimo, i due fratelli che da decenni portano avanti l’attività fondata nel 1962 dal padre Angelo, che per aprire la sua prima raffineria dovette comprarla in America, smontarla a pezzi e poi ricostruirla in Italia.

Oggi il gruppo conta ricavi per 6,87 miliardi di euro e un utile netto adjusted di 169,4 milioni, che è valso un dividendo 2016 per gli azionisti di 0,10 euro per azione. Il bilancio 2017 sarà presentato il prossimo 12 marzo. E sarà quella l’occasione per capire il futuro del gruppo, che comunque negli anni si è strutturato anche dal punto di vista manageriale. La famiglia negli ultimi anni è affiancata dal manager Dario Scaffardi, executive vice president e direttore generale di Saras.

D’altra parte, accantonata lo scorso anno la partnership con la russa Rosneft, uscita dall’azionariato con la cessione del 12% nel portafoglio, non sembrano esserci novità di riassetto per il gruppo. Saras aveva aperto nel 2013 il capitale al gruppo russo, che aveva rilevato il 21% della società. Nell’aprile di quell’anno nel cda del gruppo italiano era entrato Igor Ivanovich Sechin, signore del petrolio e presidente di Rosneft. Si era così pensato a un futuro nella sfera russa per Saras. Nel 2015 il naufragio della joint venture nel trading, in scia alle sanzioni imposte alla Russia da Usa ed Europa in risposta all’intervento di Mosca in Ucraina. Da lì in poi il disimpegno del partner.

Così Saras ha proseguito stand alone, nella decisione di continuare il business della raffinazione. In un confronto a distanza con due altri grandi gruppi petroliferi italiani: la ligure Erg della famiglia Garrone e il Gruppo Api della famiglia Brachetti Peretti. Il primo ha annunciato l’uscita dal settore petrolifero proprio un anno fa con la cessione della rete di 2.500 stazioni di rifornimento TotalErg al Gruppo Api, che da parte sua ha nel tempo diversificato le attività puntando sulle rinnovabili.

Tre famiglie del settore petrolifero e tutte e tre con aziende guidate dalla discendenza maschile. Nella famiglia Moratti le figlie hanno preso strade diverse: Francesca, la più grande di Gian Marco, è stata nel campo delle pubbliche relazioni per il settore della moda; l’ultimogenita Gilda ha scelto di lavorare nel mondo dell’arte. Di tutti e quattro i figli e delle loro scelte Gian Marco parlava con affetto e con l’apprensione di un genitore, guardando le foto di famiglia nel suo studio. Un lascito che va al di là dell’azienda.

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