Business delle vacanze

Sardegna, perdite per un miliardo Ora si spera in luglio

Al lavoro per limitare i danni Gli operatori: servono aiuti per i prossimi due anni

di Davide Madeddu

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l sito archeologico di Nora (Cagliari) vicino il centro turistico di Pula

Al lavoro per limitare i danni Gli operatori: servono aiuti per i prossimi due anni


4' di lettura

Appesi a una speranza. Che da luglio, superata l’epidemia e riscoperta una certa normalità, la stagione turistica possa ripartire. E si possano contenere i danni che il coronavirus sta provocando. Perché la pandemia, per il settore ricettivo, ha l’effetto di un terremoto con danni che, secondo gli addetti ai lavori, si aggirano intorno a un miliardo di euro. Con effetti sui territori, con gli alberghi non ancora aperti e conti (soprattutto legati ai costi fissi) da pagare. Paolo Manca, presidente di Federalberghi, non usa giri di parole. «Nella migliore delle ipotesi si lavorerà al 50% - dice - altrimenti non si lavorerà per niente. Diciamo che per poter capire cosa succederà dobbiamo aspettare sino a metà aprile per vedere i risultati delle misure di contenimento. Solo allora si potrà vedere la luce in fondo al tunnel».

Per il rappresentante dell’organismo che in Sardegna rappresenta circa 700 strutture ricettive su 900 e circa 9.000 dipendenti tra diretti e stagionali il danno sarà comunque elevato. «Solo per gli alberghi si stimano perdite per circa un miliardo. Naturalmente - prosegue - se aggiungiamo tutti gli altri settori collegati e le ricadute sui territori parliamo di cifre davvero elevate». Per il momento si naviga a vista come una nave in mezzo alla bufera senza un porto all’orizzonte. Non a caso le organizzazioni di settore hanno avviato una serie di interlocuzioni con le istituzioni e il mondo finanziario.

«Le prospettive sono fortemente incerte - premette Nicola Palomba, vice presidente dei Confindustria Sardegna meridionale e titolare dell’Hotel Costa dei Fiori a Pula -, di sicuro sarà veramente difficile immaginare un albergo con un bilancio in utile o in pareggio per questa stagione. L’incertezza ruota attorno al quesito relativo a quanto saranno le perdite». Per l’imprenditore, che lo scorso anno ha chiuso la stagione con 22mila presenze («con 10 mila presenze siamo fortemente in perdita»), il problema riguarda sia l’attualità «cancellazioni e prenotazioni che non arrivano», sia la prospettiva giacché «tutto ciò che dovevi fare ieri se non l’hai fatto lo paghi: recuperare le prenotazioni perse diventa matematicamente impossibile». E un’apertura ridotta, a partire cioè da luglio o agosto, «non può salvare una stagione. Un albergo per lavorare bene deve funzionare sei mesi, altrimenti non si regge».

Senza dimenticare la prospettiva perché «se salta questa stagione, la scossa investirà anche quella successiva, e saremo in un mercato da ricostruire». E questo passaggio non potrà «avvenire con soluzioni qualsiasi ma con strumenti strutturali e una programmazione che vada oltre». Anche perché a far funzionare il settore turistico sardo non c’è solo chi arriva dalla penisola ma gli stranieri. Pensando a soluzioni e strade da percorrere sul lungo termine, Palomba guarda positivamente alle porte che si sono aperte. «Devo dire che le istituzioni e le banche stanno dimostrando attenzione e dando sostegno al mondo dell’impresa. Ma la moratoria sino a settembre è insufficiente, è necessario un intervento di almeno due anni».

Resta poi da sciogliere il nodo legato ai lavoratori stagionali per i quali sono previste una serie si misure tampone. «Sono apprezzabili le forme di sostegno messe sul campo per l’immediato - argomenta Palomba- ma è fondamentale che i lavoratori stagionali che si mantengono un anno con pochi mesi di lavoro abbiano condizioni adeguate. E per fare questo è necessario fornire sostegno alle imprese anche azzerando gli oneri sociali».

Stenta a vedere la luce in fondo al tunnel Davide Collu, direttore generale del Thotel, struttura alberghiera al centro di Cagliari che registra una media di 75 mila presenze, per l’80% business e per il resto turismo e convegnistica. «Non sappiamo ancora cosa succederà. Sicuramente tutto dipende da quando terminerà questa situazione e quando si radicherà una nuova voglia di muoversi». Particolarmente elevato il danno: «Nelle prime due settimane, dal 22 febbraio in poi abbiamo avuto la cancellazione di 600 pratiche da 200 a 40 mila euro». Attualmente la struttura è ferma e l’azienda «ha tenuto aperta una piccola parte della struttura perché ospitiamo gli equipaggi dei che viaggiano sugli aerei. Tutto il resto però è chiuso, anche bar e servizi, spa e ristorante. Una ripresa, nel nostro caso, potrebbe esserci, una volta terminata l’emergenza con settore business».

Il filo rosso che unisce i diversi operatori è tutto in una speranza: contenere le perdite e riuscire a galleggiare. «Molti alberghi che lavorano con grandi tour operator, e che in questo periodo avrebbero dovuto incassare i primi acconti, sono fermi. Nessuno sta pagando - dice Mario Cioffi, direttore del Cormoran di Villasimius -. Noi stiamo ricevendo disdette e restituendo caparre. Qualcuno chiede di spostare la presenza a ottobre, ma sono pochi». Anche l’albergo che, nella costa orientale della Sardegna registra 40mila presenze l’anno, è chiuso. «Il personale non può essere assunto e non può neppure percepire gli ammortizzatori sociali». Incertezza a parte, «perché ancora non sappiamo quando terminerà l’emergenza e si tornerà a una quasi normalità», la speranza dell’orizzonte al ribasso è nei mesi estivi: luglio e agosto durante i quali è alta la presenza di «turisti italiani». «Tutto dipenderà da come sarà percepita la sicurezza. Se una struttura media riesca a lavorare al 50% può contenere le perdite. In caso contrario è davvero un grave problema».

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