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Sardegna senza compensazioni è la più colpita dal caro bollette

di Davide Madeddu

3' di lettura

Tutta una questione di energia. In uno scenario, fatto di costi molto elevati, mancanza di compensazioni economiche per le imprese più energivore e il metano che in Sardegna ancora non c'è (non è mai stato realizzato un metanodotto), viene fuori un altro aspetto: il ricorso al Tar della Regione contro parte del decreto Energia del Governo Draghi. Secondo il presidente della Sardegna, Christian Solinas, il decreto «non tutela il diritto dei sardi ad una soluzione definitiva e strutturale, tale da poter garantire un futuro adeguato al territorio e al sistema produttivo».

Scelta contestata dalle organizzazioni sindacali che hanno definito il provvedimento «inopportuno». «Se fosse stato impugnato il decreto nella sua interezza – commenta Francesco Garau, segretario della Filctem regionale – ci troveremmo davanti a un atto irresponsabile che metterebbe a rischio ogni prospettiva di sopravvivenza del sistema produttivo, compresi gli investimenti privati che da anni stentano a decollare». Tra questi anche il piano da 300 milioni di Eurallumina che, per il suo riavvio, ha bisogno di energia da vapore, che può essere prodotta solo con l’impiego di Gnl. Dello stesso avviso Nino D’Orso, segretario della Femca Regionale: «Sono anni che si parla di trovare soluzioni all’emergenza energetica. È necessario che però dalle parole si passi ai fatti perché la situazione è davvero drammatica e nell’isola si paga un prezzo più alto rispetto a quanto avviene nel contesto nazionale».

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A fare i conti con i rincari dell’energia, passata da un prezzo che oscillava tra i 40 e i 50 euro a megawattora a cifre che oggi viaggiano intorno ai 600 euro (con punte di 800) c’è la Portovesme srl, controllata dalla Glencore, che produce piombo, zinco, oro, argento, rame e acido solforico. Da tempo l’azienda ha avviato un piano di razionalizzazione per contenere i costi, attivando la cassa integrazione per 400 lavoratori. A questi si aggiungono poi quelli degli appalti.

Una situazione evidenziata anche nel corso dell’ultimo incontro tra azienda e sindacati avvenuto nella sede di Confindustria, in cui è stata prospettata una fermata degli impianti all’80% e ammortizzatori sociali per 550 diretti (cui andrebbero a sommarsi 600 degli appalti).

Proprio per affrontare l’emergenza, le organizzazioni sindacali sarde, con le Rsu aziendali, hanno incontrato i delegati sindacali e le segreterie sindacali del gruppo siciliano Alfa acciai per il quale il costo dell’energia pesa per il 40%. L’incontro con i delegati di Acciaieria Siciliana del gruppo Alfa Acciai e le rispettive segreterie di riferimento (chimici e metalmeccanici) è stato organizzato per fare il punto sulla vertenza. A esasperare la situzione sull’isola è il fatto che le due regioni non possano giovarsi delle misure “compensative”. Quella che un tempo era la super interrompibilità (compensazioni per i maggiori disagi sopportati dalle imprese energivore) da cui sono escluse la Sicilia e la Sardegna. E le varie azioni messe in campo per trovare soluzioni alternative, come l’energy release, che dovrebbe fissare un prezzo calmierato. Provvedimenti in attesa di soluzione che hanno visto mobilitarsi le Confindustrie di Sardegna e Sicilia proprio per superare la differenza con il resto del Paese. Potrebbe essere utile l’inserimento del principio di insularità in Costituzione: le Camere lo hanno approvato ma servono atti attuativi.

L’attesa è per gli incontri che ci saranno questo mese dato che, per dare consistenza all’energy release mancano i decreti attuativi. Anche alla luce dell’annuncio, del 10 agosto, della vice presidente e assessore regionale al lavoro Alessandra Zedda: «I decreti attuativi dell’energy release sono in fase di elaborazione, e dovrebbero arrivare entro settembre. Alla fase di attuazione seguirà poi quella di concertazione». «La Regione – aggiunge Zedda – sostiene lo sviluppo del polo industriale di Portovesme, di importanza nazionale e continuerà a fare la sua parte assicurando un sostegno al reddito dei lavoratori con l'erogazione della cassa integrazione. La Glencore in questi anni, non solo ha garantito la produzione di piombo e zinco, ma anche reddito per centinaia di famiglie di una delle province più povere d’Italia».

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