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Sardegna, tornano le miniere di Pertusola. Ma solo sulla carta

Il libro “Pertusola, storia di una società mineraria in Sardegna”, realizzato dal geologo Mauro Buosi, ricostruisce le vicende di una delle più importanti aziende minerarie e metallurgiche che hanno operato sino alla metà del 1900

di Davide Madeddu

Costa delle Miniere, una Sardegna nascosta che tenta il rilancio

3' di lettura

L’avventura mineraria è finita e la fermata delle attività ha quasi il sapore di un’occasione perduta. Perché, proprio mentre cresce la richiesta di materie prime, i giacimenti presenti sottoterra non possono essere più sfruttati. E il triangolo minerario metallurgico (per la produzione di piombo e zinco) che univa Sardegna, Calabria e Liguria non esiste più. 

Viaggio tra archivi e memoria

A farlo rivivere, ma solo sulla carta, però  è il libro “Pertusola, storia di una società mineraria in Sardegna” (isolapalma). Un volume di 400 pagine realizzato da Mauro Buosi, geologo con una lunga esperienza in ambito minerario, che ricostruisce le vicende di una delle più importanti aziende minerarie e metallurgiche che hanno operato sino alla metà del 1900: la Pertusola appunto. Impresa che faceva capo all’inglese Pertusola Limited, presieduta da Lord Thomas Alnutt e che oltre a occuparsi di coltivazione mineraria di galena e blenda (da cui si ricavava piombo e zinco), calamina e fluorite, ha contribuito alla crescita di città e borghi.  Basti il dato che solo in Sardegna poteva contare più di mille dipendenti, distribuiti tra 5 aree minerarie (San Giovanni, Buggerru, Ingurtosu, Arenas, Su Zurfuru) in cui si occupava dell’estrazione di galena, blenda, calamina e fluorite oltre ad altri materiali.  Materie prime che seguivano la rotta verso Pertusola (in Liguria) o Crotone per essere trasformate e commercializzate.

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Tra scuola mineraria ed emancipazione sociale

 «Le aziende che sono venute in Sardegna, hanno portato una scuola mineraria che prima non esisteva - chiarisce l’autore -. La Vieille Montagne si era costituita nel 1837 e quando arrivò in Sardegna nel 1865 era organizzata. Ci sono voluti anni per creare tutte le figure professionali che ruotavano nel complesso minerario dalla produzione agli impianti di lisciviazione e poi di flottazione». Accanto alla formazione del personale poi la realizzazione dei villaggi minerari con case dotate di luce e acqua, ma anche centri di aggregazione, ospedali per i lavoratori e scuole per i figli dei minatori. Quasi dei microcosmi, con tanto di chiese ed edifici dall’architettura curata,  che viaggiavano a velocità più spedite rispetto agli altri centri. 

Il privato cede il passo al pubblico 

«Alla fine degli anni 60 tutte le miniere sono passate dal privato al pubblico - argomenta - perché si doveva salvare l’occupazione, le parti migliori dei giacimenti (quelle superficiali) dove non bisognava investire tanto, erano state tutte coltivate e bisognava spendere per scendere sempre più in basso. Il costo della eduzione era gravoso e alla fine nonostante tutto l’impegno ogni tonnellata prodotta era fuori mercato». 

Si fermano le produzioni

Con il risultato che alla fine le attività di estrazione sono andate lentamente verso la fine. E con lo stop delle produzioni è arrivato l’allagamento dei pozzi. Un atto irreversibile giacché per arrivare a poco meno di 200 metri sotto il livello del mare, le aziende minerarie avevano lavorato per quasi cento anni spendendo importanti risorse per l’eduzione delle acque, un processo necessario per tenere all’asciutto pozzi e gallerie.

Un potenziale inutilizzabile

 «I giacimenti avevano e hanno un alto tenore di materiali - argomenta Buosi - ma, sono dell’avviso che nonostante il valore dei metalli stia crescendo  in maniera veloce, qui da noi non sarà più possibile riattivare la produzione per la complessità delle operazioni da realizzare,  tra l’altro, con leggi ambientali molto severe che non consentirebbero il riavvio della attività. E poi chi sarebbero gli attori ? Si dovrebbero prendere persone da fuori da fuori  e chi investirebbe centinaia di milioni per coltivare minerale posto a tre quattrocento metri sotto terra?». 

Ferite da sanare

La fine di un ciclo che non si è ancora chiuso giacché sui territori in cui hanno operato le aziende minerarie, ancora ci sono ferite da sanare. Che riguardano sia l’ambiente sia il patrimonio minerario, in molti casi, a rischio crollo. «Il problema che non si è mai risolto è che chi ha fatto profitti non ha reinvestito gli utili - aggiunge - e non ha fatto neppure le bonifiche quando è andato via. Non solo, i progetti sono andati molto a rilento e, ancora oggi, fanno fatica a essere portati a compimento».  

Per il futuro un’occasione potrebbe arrivare alla lavorazione degli scarti delle lavorazioni minerarie di cento anni fa, attualmente ricche di materie prime. Vere miniere a cielo aperto che potrebbero essere riutilizzate per future produzioni. Ma questa è già un’altra storia. 

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